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Tradimento: i 10 Paesi del mondo in cui si tradisce di più

L’adulterio, si sa, non fa alcuna distinzione di sesso o nazionalità. Tuttavia proveremo in questo articolo a stilare una classifica delle nazioni più fedifraghe al mondo, agganciandoci ai dati emersi da un recente sondaggio della Durex, il noto marchio di profilattici. Siete pronti? Bene, cominciamo. 10° posto, Finlandia. Percentuale di …

Tradimento coniugale: mogli e mariti fate attenzione a queste date!

Esistono specifici giorni dell’anno in cui è più facile essere traditi? Stando ai risultati di una ricerca avviata da due siti di incontri on line, sembrerebbe proprio di sì. Vediamo nello specifico di cosa si tratta. Dal sondaggio di Gleeden, che si autodefinisce “il primo sito di incontri extraconiugali pensato …

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Le tre tipologie di tradimento

Difficile sapere cosa accadrà nella testa di un tradito nel momento in cui scoprirà il misfatto: rabbia, disperazione, collera, umiliazione sono sentimenti che si intrecciano tra di loro nella maggior parte dei casi.
In Italia si stima che il 70% delle coppie sposate abbia tradito almeno una volta con alterni sensi di colpa.

Quando un fedifrago viene scoperto non fa differenza se si tratta di un episodio o di una serie di costanti eventi. I traditi non fanno distinzioni perché sono spesso in stato di irragionevolezza e sommersi dal senso di inadeguatezza e inferiorità nei confronti di chi ha accalappiato con arti misteriose il proprio partner. D’altra parte subentra una sorta di disconoscenza della persona che si ha/aveva accanto. Ci si sente incompresi, destabilizzati, senza punti di riferimento. Spesso si ricorre all’utilizzo di cellulari spia o microspie per cercare di comprendere affondo la questione.

Quasi nessuno ascolta a lungo il traditore o lo si ascolta in modo sommario e solo per sentire delle spiegazioni che, qualsiasi siano, non verranno comunque recepite.
In realtà sarebbe importante ascoltare. Ascoltare davvero le motivazioni perché, proprio dal tipo di tradimento, si può capire se fargli le valige o dargli un’altra occasione.

Il pensiero buonista comune insegna che il tradimento è uno. Senza entrare nella vera rottura che è quella del patto di fedeltà, ci sono troppe variabili caratteriali e di background che vanno indagate prima di dispensare giudizi o conclusioni affrettate.

Tanto per cominciare bisogna valutare eventuali mancanze emotive. Le ricerche dicono che le donne sono meno disposte a perdonare un tradimento dove subentra il sentimento, mentre gli uomini lo giudicano meno grave di quello per sesso.
Quando la spinta a tradire è la ricerca di affetto al di fuori della coppia è già annunciata una disfatta perché in questi casi entrano in gioco delle condivisioni emotive e di aspettativa che dovrebbero rimanere fuori da una coppia “illecita”.

All’inizio, sia nel tradimento per sesso sia in quello per mancanze, a comandare è l’ormone più o meno attivo, ma poi le strade si dividono. E ci si ritrova a provare emozioni adolescenziali e condividere più di quanto due perfetti amanti dovrebbero concedersi. Tradire con il cuore significa avere gettato la spugna, significa che il partner che evade ha raggiunto il suo punto di rottura e non riesce a vedere una via d’uscita al suo malessere. Alla base di questi tradimenti c’è spesso un’incomunicabilità trascinata nel tempo.

Il tradimento per sesso invece non presuppone una condivisione emotiva. L’amore per il coniuge non è messo in discussione e l’idea non è quella di cercare la formazione di un’altra coppia. E’ una scelta poco ponderata, d’istinto.

C’è chi parla di un terzo tipo di tradimento non classificabili nelle due categorie precedenti. Si tratta di storie basate sulla testa, nel piacere della conversazione, affinità elettive se vogliamo. E’ una relazione senza vincoli, dense di stima e rispetto reciproco. Anche in questo caso la figura del partner non viene intaccata, l’altro è un diversivo, risponde ad altre esigenze.

Difficile perdonare ed andare avanti mantenendo intatte la propria autostima e la propria identità. Il ricorso a strumenti di controllo spesso conferisce sicurezza e aiuta a ristabilire un rapporto anche sotto il punto di vista della fiducia. Solo tastando con mano che il tradimento non è ripetuto si può veramente credere al proprio partner.

La donna capo crea frustrazioni

febbraio 6, 2013 Mobbing Nessun Commento

Chi non ricorda la perfida Miranda del film “Il diavolo veste Prada”? Perfida, ricca, senza scrupoli. Sembra questo il quadro perfetto della donna manager divisa tra carriera e famiglia e sempre più spesso sola.

Avere un responsabile del sesso femminile porta ancora scompiglio. Per gli uomini pare sia addirittura frustrante ricevere ordini da una donna. La conferma è giunta da un recente studio canadese: il sesso del capo influenza la vita dei dipendenti, a lavoro e non solo. Secondo la ricerca dell’università di Toronto, il sesso delle persone che gestiscono il lavoro ha conseguenze sulla salute fisica e mentale dei dipendenti.

Nell’ambito della ricerca, per ogni dipendente sono stati esaminati lo stress psicologico, i sintomi fisici, il tipo di occupazione e una serie di condizioni lavorative, come per esempio il livello di soddisfazione dietro la scrivania, il rapporto con l’autorità, le pressioni ricevute e la qualità delle relazioni interpersonali. I lavoratori sono poi stati divisi in gruppi, a seconda che a gestirli fossero due persone di sesso opposto, un supervisore dello stesso sesso o uno di sesso diverso.
Ne è risultato che le dipendenti se la passano peggio con un capo dello stesso sesso, quindi donna. E non soltanto in ufficio, perché potrebbero talvolta pagarne le conseguenze anche per quanto riguarda la salute psicofisica. Va molto meglio invece se a dare ordini lavorativi è un uomo o al massimo una coppia di manager uomo e donna. Esaminando le caratteristiche è emerso che il capo ideale avrebbe un mix di doti femminile e maschili. Fatto sta che nei ruoli che contano, siano essi politici, aziendali o pubblici, le donne sono ancora veramente poche.

Aldilà di quelle che possono essere le implicazioni che le differenti culture portano sul piano lavorativo, riportiamo la storia di “Sabrina” (nome di fantasia) che ha dovuto sottostare al suo capo “tiranno” per circa nove mesi per mancanza di prove. La malcapitata lavorava in una grande impresa di telefonia del nord Italia da circa tre anni quando l’azienda fu assorbita da imprenditori esteri. Il primo impatto con le nuove decisioni aziendali fu piuttosto buono: maggiore rigore, inquadramenti contrattuali validi, aria di novità. I problemi cominciarono dopo pochissimo tempo: Sabrina, da 18 mesi responsabile dell’area marketing, fu sostituita da una nuova arrivata senza troppe spiegazioni. A lei sarebbe toccata l’area telemarketing senza responsabilità particolari. Il demansionamento fu seguito da una lunga serie di critiche e pressioni sul suo rendimento che sfociavano anche in discussioni a voce alta con la responsabile del settore. Scene quotidiane che però non potevano trovare fondamento legale per mancanza di prove. Dunque la ragazza si fece coraggio e registrò con un potente microregistratore le continue angherie dopo di che portò le registrazioni dal suo avvocato.
Ad oggi Sabrina ha un nuovo lavoro, ma l’azienda in cui lavorava ha dovuto risarcire i danni morali a lei arrecati.

Sicari assoldati per uccidere l’avatar del figlio

febbraio 1, 2013 Bullismo Nessun Commento

L’utilizzo di pc, cellulari e videogiochi, si sa, può creare dipendenza e a doverne fare i conti sono spesso i genitori degli affetti. C’è chi ha trovato la soluzione nell’installazione di software spia sul cellulare del figlio, in modo da monitorare costantemente le sue attività o chi utilizza dei sistemi di controllo per pc.

Ha avuto una bizarra idea il padre di un videogiocatore accanito di ben 23 anni, residente nella provincia dello Shaanxi. Ha assoldato un killer incaricato di eliminare l’avatar con cui il figlio si impersonificava in un gioco di ruolo. Mr Feng, il nome del genitore disperato, non sapeva più come indurre il figlio a staccarsi dal pc e andare a cercare un lavoro. Giocava incessantemente dai tempi del liceo, e la produttività di Xiao ha perso colpi. Prima i voti negativi a scuola, poi non riuscendo a tener fede agli impegni di nessun genere. Il padre, non fiducioso nel lavoro dei centri specializzati nella disintossicazione da tecnologie, ha pensato di combattere la propria battaglia sul terreno preferito dal figlio, un gioco di ruolo, dove milioni di iscritti si danno appuntamento per combattere. Il papà ha osservato con attenzione e ha selezionato i giocatori più esperti affidando loro il compito di uccidere l’avatar del figlio ogni volta che questo si fosse collegato per giocare. La tattica omicida avrebbe dovuto dissuadere il figlio.

Ma così non è stato. I sicari digitali hanno sempre portato a termine il loro compito, impedendo al personaggio di Xiao di giocare per più di qualche minuto, uccidendolo ogni volta. Il ragazzo stranito da tanta ferocia ad un certo punto ha chiesto al proprio assassino il perché di tanto accanimento, venendo a scoprire il mandante. Xiao ha comunicato al padre che poteva fare a meno del suo videogioco, ma non avrebbe accettato alcun lavoro che non ritenesse “meritevole di essere svolto”.
La cosa non stupisce gli esperti ritenuto che la dipendenza da pc e videogiochi risiede in problematiche psicologiche più profonde e non va risolta in maniera “brusca”. L’utilizzo di strumenti di controllo pc a distanza può aiutare a capire le motivazioni insite nella scelta di non staccare gli occhi dal pc.

Mettere al corrente di un tradimento può essere reato

E se scopro che il partner di una mia amica la tradisce, che faccio? Tutti ci siamo ritrovati in qualche circostanza dinanzi a questa domanda. La paura di scoprire un tradimento ai danni di una persona a noi cara e l’incapacità di reagire. Dirglielo la farebbe soffrire, non dirglielo sarebbe da vigliacchi e comprometterebbe il nostro rapporto qualora scoprisse il misfatto.

E alla fine si sa: “Chi si fa i fatti suoi campa cento anni”. Ma una donna palermitana non ha fatto tesoro di questo proverbio e ha informato la cognata tramite sms, dei tradimenti del marito. Messaggini contornati di offese rivolte alla donna accusata di non essersi accorta delle relazioni extraconiugali del compagno.
E sono state proprio queste espressioni poco felici a far scattare la condanna della Corte di Cassazione dato che la rivelazione dell’infedeltà del partner, unita alle ingiurie, ha costituito il reato di molestia in quanto la signora è andata a disturbare e ad alterare la tranquillità personale della vittima e del suo nucleo familiare, mettendo a repentaglio anche l’ordine pubblico, date le eventuali reazioni, tutt’altro che amichevoli, della parte offesa.

In giudizio l’accusata ha fatto ha cercato di giustificarsi ricorrendo alle “buone intenzioni” con cui ha agito nei confronti della cognata, ma ha dovuto comunque pagare una multa e le spese processuali, per un totale di oltre 2000 euro.

Dunque nel caso di tradimento non avremo più neppure le persone con cui abbiamo rapporti più intimi a darci una mano. Sarà per questo, e per molti altri motivi, che in tanti hanno scelto di installare software spia sul cellulare del partner o hanno impiantanto delle piccolissime microspie nei luoghi più frequentati. In questo caso saranno loro i nostri migliori amici.

Dipendenti e social network

Una volta terminato un colloquio di lavoro è ormai abitudine che sia il titolare che l’intervistato corrano su facebook o altri social network per indagare su attitudini, usi, preferenze dell’interlocutore. “Curiosare” sarebbe il termine più appropriato a definire questa usanza consolidata che mira ad ottenere quante più informazioni possibili sul soggetto da assumere o, dall’altra parte, sulla persona su cui fare colpo.

La legge ha ribadito negli ultimi giorni che nessun datore di lavoro può intimare ad un dipendente, in sede di colloquio di lavoro, di accedere ai suoi profili social, magari con la scusa di valutare attitudini e predisposizioni nella gestione de proprio profilo.Nessuno vieta però di osservare ciò che è pubblico.

In California è entrato in vigore il Social Media Privacy Act, la legge USA più importante riguardante i nuovi scenari digitali, a difesa dei diritti di lavoratori e studenti. Nonostante lo stupore di molti, la legge prevede che il boss possa accedere agli account privati nel caso di sospetta cattiva condotta del dipendente. La Aclu, storica associazione americana per i diritti civili, ha fatto notare che la legge non tutela i giovanissimi, gli studenti, che spesso ricevono numerose richieste di accesso da parte del personale della scuola frequentata. Aperta la questione sulla possibilità del capo di “entrare” negli apparecchi elettronici in dotazione ai dipendenti.

In Italia non esiste una normativa che regoli specificatamente il controllo dei profili social; esiste solamente il divieto di indagini sulle opinioni politiche, religiose, sindacali, o comunque non attinenti al lavoro. Ma questo non crea molto interesse da parte degli amministratori delle aziende.

Secondo un servizio del New York Times, i dipendenti americani possono intravedere nei social network un posto sicuro in cui esprimersi liberamente e senza timore, anche in caso di critiche ai danni del capo.
A conferma di ciò, il National Labor Relations Board, un’agenzia del governo di Washington che sorveglia la correttezza delle relazioni industriali, si è pronunciato a favore dei lavoratori sulla delicata materia dei comportamenti in rete dichiarando, tra l’altro, illegali le restrizioni imposte all’uso dei social media.

Dunque se da un lato si vogliono porre delle restrizioni nell’uso dei social, dall’altro il controllo dei dipendenti risulta spesso impossibile. Molti imprenditori, date le continue notizie di fuga di dati riservati e spionaggio industriale, hanno fatto ricorso a particolari strumenti per il controllo dei pc a distanza o hanno installato sistemi di videosorveglianza che a volte riescono ad identificare fino a 36 milioni di immagini al secondo!

Il mobbing coniugale e familiare

gennaio 21, 2013 Mobbing Nessun Commento

L’utilizzo del termine mobbing è stato recentemente esteso anche all’ambito coniugale e familiare. Questo si verifica nel momento in cui vengono attuati atteggiamenti aggressivi e vessatori all’interno del nucleo familiare. Classico esempio del mobbing coniugale può essere rappresentato da un coniuge che mette in atto minacce, violenze psichiche e fisiche nei confronti dell’altro, allo scopo di ottenere qualcosa: costringerlo ad un comportamento che va contro il suo volere, come ad esempio lasciare la casa coniugale, acconsentire alla separazione, estromettersi da decisioni importanti, ecc.
Si tratta di una strategia comportamentale persecutoria fatta di piccoli gesti, ostilità, chiusura della comunicazione, continue critiche, assoluta indifferenza allo scopo di sminuire l’altro. Alla stregua del mobbing lavorativo tali atteggiamenti opprimenti, sistematici e ripetuti, minacciano la dignità, l’autostima ma anche l’integrità fisica e psichica della vittima.

Aldilà del mobbing coniugale, sempre all’interno di un nucleo familiare, possiamo distinguere il mobbing familiare, inteso come l’insieme di condotte mobbizzanti ai danni di un membro della famiglia, sia esso un genitore, un figlio o un altro parente stretto. Denigrazioni, minacce, delegittimazione del ruolo familiare e sociale, indifferenza…sono alcuni degli atteggiamenti tipici in questi casi di mobbing.
I comportamenti si concretizzano in una serie di vere e proprie vessazioni (soprattutto di tipo psicologico) che portano il soggetto destinatario a sminuire la propria personalità, ad annullare la propria autostima occupando una posizione di totale sottomissione rispetto all’aguzzino.

Per definire, dal punto di vista giuridico, la sussistenza di una ipotesi di mobbing familiare o mobbing coniugale, è necessario che tali condotte si ripetano nel tempo e che siano verificabili. Infatti spesso si ricorre all’utilizzo di microspie o microcamere che, nascoste negli ambienti maggiormente frequentati, aiutano la vittima a dimostrare la realtà dei fatti.
Raramente infatti tali condotte sfociano in maltrattamenti fisici ma in ogni caso la vittima cade spesso in uno stato paragonabile a quello delle vittime di violenze, restie per paura o vergogna a denunciare.
Secondo una sentenza del T.A.R. Campania (Napoli Sez. II n. 2036 del 20 aprile 2009), “il mobbing presuppone dunque i seguenti elementi: a) la pluralità dei comportamenti e delle azioni a carattere persecutorio (illecite o anche lecite, se isolatamente considerate), sistematicamente e durevolmente dirette contro il dipendente; b) l’evento dannoso; c) il nesso di causalità tra la condotta e il danno; d) la prova dell’elemento soggettivo”.
Dello stesso avviso, la Corte di Appello di Torino che nel 2000 plasmò, per la prima volta, la fattispecie indicando che un “comportamento, in pubblico, offensivo ed ingiurioso nei confronti dell’altro coniuge, sia in violazione delle regole di riservatezza, e sia, soprattutto, in riferimento ai doveri di fedeltà, correttezza e rispetto derivanti dal matrimonio, condotta ancor più grave se accompagnata dalle insistenti pressioni con cui il coniuge stesso invita reiteratamente l’altro ad andarsene di casa”.

Avere una falsa identità sul web è reato

C’è chi sul web si dipinge come la nuova Belen Rodriguez, chi preferisce sentirsi come il misterioso Jhonny Deep, fatto sta che moltissime persone creano ogni giorno account falsi al fine di vivere qualche momento di adulazione e, perché no, rimediare un invito a cena o una relazione clandestina.

I nomi di fantasia consentono di agire on line senza essere controllati da partner magari gelosi o consapevoli dell’indole poco fedele. Ma la corte di Cassazione mette fine a questo mondo parallelo fatto di belli imbusti e avvenenti giovinette affermando che avere una falsa identità sul web è reato e si rischia fino ad un anno di reclusione. Infatti la magistratura ha inquadrato la comunissima trasgressione come un delitto contro la fede pubblica e non contro la persona, in cui si prefigura un abuso dei mezzi di comunicazione offerti dalla rete

A tal proposito, la Cassazione ha confermato la condanna ricevuta per sostituzione d’identità da un uomo che aveva creato un account di posta elettronica utilizzando il nome di una propria conoscente con l’obiettivo di provocarle un danno. Attraverso l’utilizzo dell’indirizzo email della vittima, l’uomo aveva allacciato rapporti con utenti della rete spacciandosi per la ragazza che a sua volta aveva cominciato a ricevere telefonate con proposte di incontri a scopo sessuale.
La Corte d’appello ha chiarito che l’articolo n. 494 del Codice penale a tutela dell’identità ha come obiettivo anche la protezione della fede pubblica degli utenti che, come in questo caso, credono di entrare in relazione con una persona diversa da quella reale. Infatti gli inquirenti hanno sottolineato che ad esser preso in giro non è il server che fornisce l’account, ma gli utenti della rete che interagiscono con una persona “irreale”.

E’ vero dunque che iscriversi con una falsa identità è un gioco da ragazzi e potrebbe far vivere per alcuni istanti situazioni irreali e fantasiose, ma è vero anche che dobbiamo stare molto attenti. Prima della Cassazione potrebbe esserci infatti il nostro partner che, essendosi accorto di “strani movimenti”, utilizza dei piccoli accorgimenti per monitorare l’utilizzo del pc. E’ questo il caso dell’impiego di strumenti per il controllo del computer come le key hunter e le key record di Endoacustica che registrano ogni carattere che viene digitato sulla tastiera del pc senza destare il minimo sospetto. Traditori on line state ben attenti!

«Carolina si è suicidata per colpa di chi la sfotteva»

gennaio 9, 2013 Bullismo Nessun Commento

Un gesto all’apparenza immotivato quello che ha spinto Carolina Picchio, una ragazzina di soli 14 anni, a togliersi la vita lanciandosi dal balcone dell’appartamento del padre, a Novara.
La procura della Repubblica ha già aperto un’inchiesta, ma l’accusa più pesante arriva dagli utenti dei social network, primo tra tutti twitter. I compagni di classe e gli amici di Carolina hanno lanciato l’hashtag #RIPcarolina e in molti parlano di bullismo: Carolina si sarebbe tolta la vita perché continuamente insultata a scuola dai coetanei.

Una ragazza giovane e molto bella, solare con la passione per l’atletica che ad un tratto ha perso la sua vivacità e si è spenta lentamente. La tortura è cominciata su Facebook: insulti, foto osé rubate. La sua tristezza ha allontanato anche molti “amici” che non trovavano più divertimento a stare con lei e così la «Caro» è stata sempre più isolata.

Dalla scorsa estate la ragazza viveva a Novara con il padre, la mamma brasiliana non abitava con loro. Aveva già cambiato scuola nel corso di questi quattro mesi e trascorreva molto tempo ad allenarsi in palestra. «Nessuno di noi ha mai pensato che potesse essere vittima di bullismo» ha dichiarato il preside della sua scuola attuale.
Si sta indagando sui messaggi e sulle foto osé di cui parlano i ragazzi, si teme che l’effetto social abbia amplificato la vicenda. Si parla anche di una presunta lettera che la 14enne avrebbe lasciato prima del tragico gesto.

Intanto su Twitter le accuse incalzano «Carolina si è suicidata per colpa di chi la sfotteva». Ancora una volta è il mondo dei social network che detta le regole. «Insultano anche me», «Domani devo tornare a scuola… e vedere quei deficienti…non ce la faccio», si legge tra i tanti tweet. Messaggi forti che non andrebbero sottovalutati. Molti genitori non potendo aver accesso ai contenuti di tutte le attività online dei ragazzi, ricorrono a strumenti di controllo remoto per pc che permettono di conoscere cosa avviene anche all’interno dei social. Altri utilizzano software spia che, installati sul cellulare, permettono di monitorare messaggi e chiamate, ma anche di conoscere la posizione gps del telefono e dunque del ragazzo. Strumenti impensabili fino a poco tempo fa, ma ormai di pregnante importanza per la protezione degli adolescenti.

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