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300mila euro: il risarcimento per mobbing più alto della storia

dicembre 14, 2012 Mobbing 2 Commenti

Le cause per mobbing in Italia sono all’ordine del giorno: “padroni” prepotenti, giovani non in grado di difendersi, minacce, violenze. Nonostante sia passato del tempo, il risarcimento per mobbing più alto della storia italiana resta quello attribuito ad una giornalista di un settimanale del gruppo Mondadori che ha fatto causa alla nota azienda sostenendo di esser stata perseguitata e discriminata senza motivo dai suoi capi. Dopo le indagini del caso, il tribunale di Milano ha ordinato il reintegro della dipendente nelle mansioni e ha cancellato i provvedimenti disciplinari assunti a suo carico. E, fatto del tutto inaspettato, ha condannato la Mondadori a versarle un risarcimento da ben trecentomila euro. Non sono stati noti i motivi particolari di tale disposizione, fatto sta che è stata dichiarata come «accertata l’illegittimità della dequalificazione professionale subita dalla ricorrente». Nonostante la vittoria in tribunale, la giornalista non ha voluto divulgare la notizia e la propria identità, dicendo semplicemente di esser stata «devastata» da questa storia. La relazione degli inquirenti parla di inchieste mai pubblicate, di incarichi sempre più ridotti e anche di colleghi sempre preferiti a lei.

La carriera della scrittrice parla di successo; una professionista dal 1980, passata dai quotidiani locali ai grandi titoli del gruppo Mondadori: “Sorrisi e canzoni Tv”, “Noi” e come inviata speciale in Italia e all’estero. Nel 2005, nel passaggio ad un nuovo rotocalco di evasione sono cominciati i problemi per la giornalista. E’ stata privata del ruolo di inviata e a lei sono stati relegati servizi di scarsa importanza. 122 articoli in sette anni, in media uno al mese e di poche righe, una miseria per una professionista del suo calibro. Anche dopo la scesa in campo dell’Ordine dei giornalisti, il comportamento della redazione non è cambiato. La rottura definitiva è avvenuta quando la donna si è rifiutata di scrivere due articoli sfacciatamente pubblicitari e l’azienda ha messo in atto provvedimenti disciplinari a suo carico.

Questo tipo di situazioni sono comuni a numerose redazioni in Italia e con poche modifiche, sono aderenti anche alla realtà di ogni azienda di qualsiasi dimensione e di tutti i settori produttivi. In molti casi i dipendenti si sono rivelati astuti filmando con microcamere gli episodi di mobbing a loro carico. Queste immagini si sono spesso rivelate la chiave di volta per risolvere la loro malaugurata situazione. Infatti, in altri casi, in assenza di prove, i tribunali non hanno potuto dare pareri favorevoli alle denunce del caso. Penne, orologi da polso, bottoni, cravatte possono nascondere piccolissime telecamere allo scopo di riprendere vessazioni e minacce e risolvere casi che possono, a lungo andare, provocare stress, insonnia e disturbi psichici da non sottovalutare.

La giornalista precaria denuncia con un blog il “mobbing sessuale”

ottobre 29, 2012 Mobbing 1 Commento

Olga, nome di fantasia di una giovane giornalista precaria come tante altre che ha deciso di tentare la fortuna trasferendosi alla volta di un posto fisso.
Quello che ha trovato però è stato un direttore che la molesta. Il “porco” come lo definisce lei. Incapace di denunciare e passare alle vie legali per paura di non essere creduta, ha deciso così di scrivere la sua triste storia in un blog “Il Porco al Lavoro”.

Una storia dei giorni nostri, cominciata il 24 luglio scorso, quando Olga si è trasferita là dove un direttore le aveva offerto un lavoro vero, con tanto di contratto. In breve tempo, il capo si è rivelato un “porco”, uno che in cambio di un lavoro dignitoso richiede compagnia e attenzioni, anima e corpo. Già a fine luglio la giovane giornalista ha inaugurato il suo blog.
Post che si susseguono uno dopo l’altro e che hanno lo stesso sapore: compromessi, abusi, silenzi.
La storia di Olga rappresenta per certi versi la storia di diversi precari italiani che per rincorrere il sogno del posto fisso cedono ad avance e sottomissioni. Tutto in cambio di un futuro dignitoso. Una speranza continua che le cose migliorino, che arrivi l’occasione meritata. La giornalista lo ha definito “mobbing sessuale”, difficile da dimostrare e in grado di sottrarre prima la dignità, poi l’identità.

In casi simili sono state spesso utilizzate microspie e microregistratori che hanno permesso di ricostruire gli eventi e di testimoniare minacce e proposte di “scambi”. Inviti a cena, complimenti, violenza psicologica e ricatti sottintesi sono chiari segni di un rapporto che cerca di andare aldilà dell’ambito lavorativo e che spesso vengono letti come “normali attenzioni”. C’è sempre da chiedersi se chi si trova dall’altra parte è felice di ricevere pressanti complimenti e dimostranze di vario genere.

Inoltre ciò che si radica sempre più nei giovani è la consapevolezza dell’assenza di meritocrazia: saper scrivere, aver studiato, aver conseguito brillanti obiettivi, conoscere le lingue..non è sufficiente per essere una giornalista, nel caso di Olga come in molti altri. Mancano le raccomandazioni e le relazioni “particolari”. Inoltre essere donna fa ancora la differenza anche in un regime di pari opportunità, anzi se vogliamo le donne potrebbero avere una doppia opportunità. A conti fatti più che il dolore delle violenze, molto spesso ben celate, resta l’incapacità di potersi difendere.

Mobbing: riconoscerlo e difendersi

ottobre 2, 2012 Mobbing Nessun Commento

Nonostante se ne parli ancora poco, il mobbing è un fenomeno sempre più diffuso.

Generalmente con il termine “mobbing” si fa riferimento all’accanimento di un singolo o di un gruppo contro una persona all’interno dell’ambiente di lavoro.

Il termine, prende spunto dal mondo animale per descrivere un particolare comportamento di alcune specie che circondano un proprio simile e lo assalgono in gruppo al fine di allontanarlo dal branco.

Il fenomeno può essere di diversi tipi e presentare caratteristiche diverse:

  • orizzontale se avviene tra pari grado, cioè persone nella stessa posizione lavorativa;
  • verticale: quando è attuato da un superiore nei confronti di un dipendente o viceversa;
  • collettivo: ritenuto una vera e propria strategia aziendale che mira a ridurre o razionalizzare gli organici e rivolto non al singolo, ma a gruppi di persone;
  • doppio mobbing: nel momento in cui la situazione del mobbizzato va a ledere anche la sua famiglia e le persone che ha attorno. Le sue problematiche col tempo potrebbero portare ad un ulteriore isolamento dell’individuo;
  • esterno: la vittima è il datore di lavoro che subisce pressioni attuate sotto forma di minacce, sia da parte di organizzazioni sindacali che da dipendenti.

Non è sempre facile delineare una situazione di mobbing in quanto questa spesso comincia con semplici “anomalie” dinamico-relazionali tra la vittima e i colleghi o il superiore. Tali screzi ben presto si trasformano in critiche e rimproveri. Il comportamento mobbizzante si fa manifesto col tempo attraverso incalzanti e reiterati attacchi nei confronti della vittima al fine di screditarne la reputazione, isolarla dal contesto lavorativo, dequalificarla professionalmente e, attraverso continue critiche e richiami, demotivarla psicologicamente. Solo a questo punto la vittima potrebbe arrivare a denunciare le vessazioni. Al vertice delle azioni mobbizzanti si ha l’allontanamento della vittima che spesso lo porta ad un completo isolamento e a rischio depressione. In via alternativa, il lavoratore, stremato, non riuscendo a trovare una soluzione al problema, sceglie la strada delle dimissioni volontarie.

Accade di frequente che risulta difficile dimostrare queste azioni intimidatorie. Sempre più spesso si ricorre a microspie come il bottone spia, la microcamera installata nella cintura o gli occhiali con microcamera incorporata.

I casi di mobbing sono in continuo aumento: in Europa tale fenomeno sta assumendo dimensioni sociali di notevole rilievo. In Italia circa il 6% della popolazione attiva (approssimativamente un milione e mezzo di lavoratori) ne sarebbe vittima con conseguenze negative che ricadono non solo sull’individuo colpito, ma anche sul suo nucleo familiare e sulle aziende per le quali questi fenomeni comportano un aumento dei costi che ricadono sulla collettività sotto forma di incremento dei costi sanitari e previdenziali.

In alcuni paesi europei come Svezia, Norvegia e Germania, il fenomeno è stato da tempo regolamentato.

In Italia, nella Costituzione (artt. 2-3-4-32-35-36-41-42) è ravvisabile trovare tutela della persona in tutte le sue fasi esistenziali e quindi anche nell’ambito lavorativo. Inoltre, diversi comportamenti che caratterizzano il mobbing trovano una precisa connotazione in numerosi articoli del codice penale. Insomma difendersi, si può.

Quando il mobbing istiga alla vendetta: uccide il capo, arrestato.

agosto 1, 2012 Mobbing Nessun Commento

Non è facile capire cosa passa per la testa di chi subisce mobbing sul posto di lavoro. Di certo gli psicologi affermano che tali pressioni possono portare a diversi disturbi, soprattutto nei soggetti più deboli ed insicuri. Ansia e depressione in primis, elementi che non vanno sottovalutati, sia da parte di chi subisce che da parte di chi ha il coltello dalla parte del manico.

È successo a Torre del Greco: una donna di 54 anni, direttrice delle Poste, Anna Iozzino, è stata freddata a colpi di pistola da un impiegato, un uomo di 53 anni, che non riusciva ad accettare il suo demansionamento dagli sportelli al settore raccomandate. Cristofaro Gaglione, questo il suo nome, è stato catturato dopo cinque ore di fuga e, nelle molte ore di interrogatorio davanti al pubblico ministero, si è lasciato andare ad uno sfogo, affermando che di essere stato vittima di continui soprusi da parte della donna, che non perdeva occasione per umiliarlo.

Un “atto di giustizia”, l’ha definito Gaglione. Un atto che non può essere giustificato in nessun modo, nemmeno con il mobbing. Il mobbing si rivela, così, essere un problema ancora molto sottovalutato, dalle conseguenze spesso disastrose, nonostante in diverse città italiane sia nati degli sportelli appositi di denuncia. Bisogna però provare quello che si subisce per poter ottenere giustizia, non una giustizia “fai da te” come quella di Cristofaro Garaglione, che fa passare da vittima a colpevole chi la realizza, ma la giustizia quella vera, che vede chi subisce soprusi risarcito dei danni psicologici subiti.

Provare l’intento persecutorio del demansionamento può essere la via di salvezza per uscire dal tunnel delle angherie e pressioni subite. Se solo Garaglione non avesse impugnato la pistola ma un videoregistratore digitale micro per registrare le umiliazioni di cui era vittima, forse si sarebbe evitato tutto questo e giustizia sarebbe stata fatta realmente.

Endoacustica Europe

Dequalificazione non è prova di mobbing se non si dimostra l’intento persecutorio.

luglio 26, 2012 Mobbing Nessun Commento
mobbing

Mobbing, una parola che non tutti conoscono, che racchiude situazioni dalle diverse sfumature ma che presentano risvolti psicologici per le vittime davvero simili. Insulti, umiliazioni e demansionamento sono solo alcuni degli aspetti del mobbing che spesso degenera in vere e proprie molestie aggressioni fisiche, oltre che verbali. Tutte azioni rivolte ad un lavoratore da parte di colleghi, molto spesso di grado superiore, in quanto in una posizione che permette loro di esercitare tali pressioni sulla vittima fino a portarla all’allontanamento dal lavoro.

Un problema, quello del mobbing, ancora poco trattato, ma che colpisce sempre più persone che si ritrovano “incastrate” in ricatti morali del tipo “in questo periodo di crisi non puoi permetterti di lasciare il lavoro, anche se subisci angherie”.

C’è chi, però, a questi soprusi sul lavoro si è ribellato, provando il danno subito e chiedendo un trattamento più giusto, oltre che un adeguato risarcimento. È il caso di Francesco, un impiegato 40enne di un’azienda tessile che si è visto trasferire dall’ufficio marketing al call center dell’azienda, dopo aver subito aggressioni verbali, minacce e, in alcune circostanze, aggressioni fisiche da parte del suo superiore.

“Ho sempre fatto il mio lavoro con passione e dedizione. Ho sempre pensato che la collaborazione sia la chiave per il successo di un’azienda. Non avrei mai immaginato di potermi trovare in una situazione del genere”. Invidia per il successo altrui, è questa l’unica spiegazione che Francesco si dà. L’unica causa che può aver portato il suo superiore a volerlo vedere cadere sempre più in basso, umiliato e demansionato. Dopo il grande successo di una campagna pubblicitaria progettata dallo stesso Francesco, infatti, il suo capo ha iniziato ad affidargli compiti sempre più banali e di scarsa rilevanza rispetto alla sua professionalità e qualifica. Ma Francesco, se all’inizio è riuscito a celare il suo malcontento, all’ennesima richiesta fuori luogo ha risposto apertamente rifiutandosi di portare a termine il compito affidatogli perché al di fuori delle sue mansioni.

Dopo il rifiuto è iniziata una serie di accese discussioni, nelle quali oltre ad essere insultato, sarebbe anche stato strattonato dal capo, che avrebbe poi adottato questo atteggiamento ad oltranza. Grazie all’utilizzo di mini registratori digitali, Francesco è riuscito a registrare tutto ciò che stava accadendo e a denunciare i soprusi subiti, dimostrando come anche la dequalificazione rientrasse nell’intento persecutorio posto in essere dal suo capo. Cosa non irrilevante, se si considera che la Sentenza della Corte di Cassazione n. 12770 del 23/7/2012 ha stabilito che, per costituire prova di mobbing, il demansionamento va dimostrato come atto compiuto con evidente intento persecutorio. Un semplice trasferimento da una posizione più elevata ad una più bassa, quindi, non costituirebbe prova di mobbing di per sé.  Una sentenza già in pasto alle polemiche.

Endoacustica Europe

Mobbing agli Europei di calcio: portiere svedese “sotto tiro”.

giugno 18, 2012 Mobbing Nessun Commento

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Si chiama “gris”, ossia “gioco del maiale. Che cos’è? È una sorta di punizione a cui vengono sottoposti i giocatori della nazionale svedese quando sbagliano una palla. In questi giorni ha fatto il giro del mondo in rete un video pubblicato dal giornale Expressen.se, in cui vittima di tale gioco o punizione è il secondo portiere Johan Wiland che, dopo aver sbagliato una parata durante gli allenamenti, è stato costretto, tra le risate dei suoi compagni, a mettersi di spalle sulla linea di campo e farsi calciare da 16 metri i palloni nelle natiche.

Mobbing in campo, avverte Lars Arrhenius, dell’organizzazione svedese anti-bullismo «Friends», che ha duramente criticato l’azione: “È un comportamento estremamente deplorevole. I giocatori sono degli eroi per migliaia di giovani svedesi e non dovrebbero far passare l’idea che una cosa simile sia ok”.

Intanto la Federazione del calcio svedese, SvFF, ha cercato invano fino all’ultimo di impedire la pubblicazione del video, in un certo senso “rubato”, magari con strumenti che permettono di filmare senza essere visti, come gli occhiali con telecamera incorporata. Dall’altra parte, però, nonostante il video abbia suscitato indignazione e discussioni su Internet, c’è chi difende questa pratica come un semplice gesto di goliardia. Nessun mobbing in campo, quindi, secondo l’ ex estremo difensore della nazionale svedese, Thomas Ravelli il quale, a difesa dei metodi dell’allenatore Erik Hamren, ha dichiarato: “Capisco che a molti possa apparire come una sorta bullismo, ma non è affatto così”.

È intervenuto, inoltre, l’addetto stampa della nazionale svedese, il quale ha affermato che questo gioco è usuale ed in esso non vi è nulla di male, niente che faccia pensare al mobbing, visto che comunque si svolge tra le risate della stessa vittima.

I gialloblu rimangono, tuttavia, nell’occhio del ciclone e, in casa come all’estero, si continua a parlare del gioco del maiale, sperando che anche le altre squadre non lo prendano come esempio.

 

Mobbing e suicidi, una pericolosa relazione causa effetto.

giugno 12, 2012 Mobbing Nessun Commento
mobbing

“Nascondere sotto il tappeto questo grave problema senza avvertire l’urgenza di interrogarsi sulle cause significa accettare irresponsabilmente l’idea che tutto ciò sia inevitabile o che avvenga per cause imputabili solo alle vittime. Auspico l’apertura di una commissione parlamentare di inchiesta che faccia piena luce sulle cause scatenanti di questi suicidi e che faccia tesoro degli studi scientifici finora intrapresi sul fenomeno del “burn-out”. Secondo la più accreditata cultura scientifica infatti, il burn-out è l’esito patologico di un processo stressogeno che colpisce le persone che esercitano professioni d’aiuto (helping profession), in concomitanza con alti carichi di lavoro, scarsa autonomia decisionale, poca meritocrazia in merito alle competenze e conoscenze, mobbing, pochi contatti sociali con persone estranee al proprio ambito, rischi per salute e sicurezza con l’aggiunta di una paga inadeguata”.

È questo quanto affermava Giuseppe Paradiso, Segretario nazionale del PSD, circa un mese fa in relazione al numero elevato di suicidi tra le forze dell’ordine, nelle quali aleggia il fantasma del mobbing. Fantasma perché spesso per questioni di immagini viene occultato. Un fenomeno non di certo recente, visto che già nel 2004 erano state sollevate discussioni in proposito, in quanto nei cinque anni precedenti si erano registrati circa 250 suicidi.

E solo pochi giorni fa un altro caso, quello del capitano del ruolo speciale Giuseppe Panarello, addetto alla Sezione Anticrimine Carabinieri di Brescia, che si è sparato con la pistola di ordinanza al petto.

Un allarme, quello del mobbing nelle forze dell’ordine, spesso inascoltato o volutamente nascosto per non macchiare la facciata di integrità e sobrietà che le riveste. A niente, dunque, è servita la conferenza sul mobbing, svoltasi alla Camera dei deputati il 23 gennaio e a niente servono i dati preoccupanti su questo fenomeno. Se poi aggiungiamo la chiusura di diversi centri antimobbing in diverse città e la reticenza da parte delle stesse vittime ad esternare il problema, ci si rende conto di quanto questo fenomeno sia pericoloso e di quali gravi conseguenze possa avere sulla salute mentale dei singoli e sul tessuto sociale.

Il mobbing che può essere “verticale” (nel caso in cui sia il capo ad accanirsi contro un suo sottoposto) o “orizzontale” (quando è il gruppo che agisce contro un collega), ha mostrato un aumento in Italia negli ultimi anni: sarebbero circa 1 milione e mezzo di persone ad esserne colpite, soprattutto donne sopra i 35 anni occupate nel settore pubblico.

Il problema, quindi, richiede una più ampia ed effettiva presa di coscienza da parte delle istituzione che devono mettere a disposizione delle vittime strumenti giuridici di difesa e strumenti per il supporto psicologico. Le vittime, dal canto loro, devono cercare di uscire dal velo omertoso dietro cui si nascondono e denunciare, magari facendosi aiutare da strumenti utili nel raccogliere le prove, come microregistratori o microspie ambientali per far ascoltare le conversazioni a terze persone (le forze dell’ordine per esempio) che possono venire in aiuto.

 

Mobbing genitoriale, a rimetterci sono sempre i piccoli.

maggio 31, 2012 Mobbing Nessun Commento
mobbing genitoriale

Si chiamava Maurizio ed era un padre come tanti anni. Un giorno sua moglie gli ha detto “non ti amo più, te ne devi andare” e, nonostante il dolore provato in questi casi, lui ha preso le sue cose ed andato a stare dall’anziana madre, in quanto disoccupato, lasciando il tetto coniugale alla sua ormai ex moglie e a suo figlio Danilo, 8 anni, proprio per amore del piccolo.

E l’iter giudiziario, fatto di mille cavilli e a volte alquanto paradossale, non solo non gli ha dato ragione, imponendogli di versare il mantenimento per la moglie, che lavora in un call center, e per il figlio ma, in seguito alle denunce della sua ex che, secondo il Tribunale dei Minori di Lecce, avrebbero fatto venire a galla un rapporto “teso e conflittuale” tra i due genitori in fase di separazione, ha stabilito che Maurizio Colaci e suo figlio Danilo avrebbero potuto vedersi una sola volta alla settimana durante un incontro “protetto”, vale a dire presso la sede del Consultorio familiare di Galatina alla presenza degli assistenti sociali, e che avrebbero potuto parlarsi al telefono non più di due volte al giorno in fasce orarie stabilite.

Si chiama mobbing genitoriale questo, è subdolo ed è difficile da provare, anche se strumenti come microspie ambientali e microregistratori possono rivelarsi utili nel registrare le conversazioni con la propria ex.

Ma Maurizio, ingenuo e, per certi versi un po’ ignorante in materia, non ci avrà pensato. Del resto il suo unico pensiero ricorrente era quello di poter passare più tempo con il suo angelo, suo figlio di soli otto anni, affidato alla madre e che ora non ha neppure un padre per due motivi. Il primo è che la giustizia italiana gli ha dato la possibilità di vederlo solo una volta a settimana, il secondo è che il suo cuore non ha retto. Proprio nel giorno di Pasqua, quando avrebbe potuto passare qualche ora in più con il suo piccolo, è stato stroncato da un infarto.

Di mobbing genitoriale, quindi, si può anche morire e a pagare le conseguenze dei continui conflitti tra coniugi in fase di separazione, oltre ai figli, che si trovano tra due fuochi, è anche la parte “mobbizzata”, quasi sempre l’uomo, al quale viene sottratta, in un certo senso, la possibilità di essere genitore, anche se ama profondamente suo figlio e anche se ha una condotta impeccabile.

Non è un caso, infatti, che in Italia, ma anche all’estero (si ricordino, per esempio, le gesta dei padri separati britannici che, qualche anno fa, per rivendicare i loro diritti facevano manifestazioni anche bizzarre per attirare l’attenzione) stiano aumentando le associazioni di padri separati che gridano a gran voce i loro diritti nei confronti dei figli. Per non contare i diversi siti Web nati per lo scopo, i gruppi Facebook per sensibilizzare e condividere il proprio dolore con chi, magari, si trova nella stessa situazione. Un problema, quindi, che richiede non solo una mano sulla coscienza da parte delle madri, che dovrebbero pensare al bene dei loro figli, ma anche interventi giuridici mirati.

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