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Germania: USB drive con codice malevolo abbandonati in un parcheggio. Sventato spionaggio industriale.

pendrive abbandonate in un parcheggio aziendale in Germania

È una storia di tentato spionaggio industriale fuori dal comune. Nessuna telecamera o microregistratore nascosti, dai quali sarebbe stato persino più semplice difendersi con rilevatori di microspie e jammer. Solo semplici chiavette USB. È successo ad un’azienda farmaceutica tedesca, la DSM, a cui dei cyber-criminali hanno cercato di rubare le credenziali di accesso ai dati aziendali in modo insolito. Hanno abbandonato nei parcheggi diverse pendrive con codice malevolo, in grado, una volta inserito il dispositivo in un computer della compagnia, di rubare i dati e di inviarli ad un indirizzo IP specifico.

Non si è mai visto un sistema del genere. I malintenzionati avranno pensato di poter, così, trarre in inganno diversi dipendenti che, prima o poi, avrebbero raccolto il dispositivo USB e l’avrebbero inserito in un pc aziendale per verificarne il contenuto.

Ma così non è stato: un impiegato ha sì raccolto uno dei dispositivi disseminati nell’azienda, ma l’ha consegnato al dipartimento IT della stessa, che è stato in grado di scoprire in tempo lo spyware e di lanciare l’allarme, raccogliendo anche le altre chiavette rimaste.

Sfortunatamente, i dettagli su questa storia scarseggiano. Non è ancora chiaro, infatti, quale malware sia stato utilizzato per l’attacco. Quello che si sa è che lo scopo era quello di rubare le password e che l’azienda è riuscita a bloccare l’indirizzo IP a cui sarebbero stati inviati i dati.

Non si sa nemmeno chi abbia potuto pensare ad un sistema di spionaggio che è sì semplice, ma che avrebbe potuto avere chissà quali effetti se fosse riuscito nel suo intento. Che siano stati uomini mandati da aziende concorrenti o dipendenti infedeli poco importa, visto che la DSM non ha nemmeno denunciato l’accaduto alla Polizia, in quanto considerato come un “goffo tentativo di furto”. Dopo questa notizia viene spontaneo chiedersi quanti, al posto del dipendente che ha trovato la pendrive, avrebbero consegnato il dispositivo a personale qualificato dell’azienda e quanti, invece, avrebbero fatto da sé, inserendola nel proprio computer.

Lei lo lascia e lui la riempie di poesie e lettere. Accusato di stalking.

luglio 11, 2012 Stalking Nessun Commento
lettera d'amore

Si è abituati a sentire, quando si tratta di stalking, di uomini e donne violenti che, non accettando il rifiuto da parte di quello che vedono come l’oggetto del proprio desiderio, riversano la propria rabbia proprio su quella persona che dicono di amare fortemente. Un “fortemente” che rasenta il limite della follia e che sfocia in un amore malato, possessivo e ossessivo, che fa della persona “amata” la vittima di atti persecutori.

In questi ultimi giorni, però, è apparsa sul Corriere una notizia a dir poco bizzarra: un uomo di 67 anni, un certo Giovanni Castellaneta, di Roma, non accettando di essere stato lasciato dalla sua compagna di dieci anni più giovane, dopo un amore intenso durato quattro anni, decide non far passare un giorno senza scrivere una lettera piena di sentimento e passione alla sua bella. E di notte, nonostante i continui rifiuti di lei, scavalca il muretto del suo giardino e infila la lettera nella cassetta della posta.

Non solo lettere, ben 140, ma anche poesie romantiche, cartoline (67) e mazzi di rose inviati al domicilio della donna che, dopo due anni di continue e dolci attenzioni, non ce la fa più e si presenta con tutto il malloppo di missive alla Polizia e denuncia l’uomo per atti persecutori.

Il pm, Antonio Calarescu, cerca di convincere Giovanni che è andato ben oltre un semplice ed innocente corteggiamento, ma l’uomo non si rassegna, non può stare senza esternare il suo amore, e continua a scrivere per la donna che ama. Le ultime lettere, però, gli vengono sequestrate, e lui viene mandato a processo per stalking. L’avvocato difensore, Ilaria Margherita Losi, cerca di convincere la vittima: “Lei potrebbe perdonarlo. Le sue sono soltanto bellissime lettere d’amore”.

Un caso decisamente insolito, lontano dalla violenza a cui si è abituati leggendo le notizie. Nessun pedinamento, nessun bisogno compulsivo di spiare la propria ex, solo dolcezza e sentimento scritti nero su bianco che portano inevitabilmente a chiedersi: può il troppo amore, anche se non sfocia in atti violenti, essere considerato stalking?

In aumento l’infedeltà aziendale, è tempo di prendere contromisure

dipendente infedele

La ristrettezze economiche causate dall’attuale crisi stanno portando ad un aumento di furti, non solo compiuti da topi d’appartamento o da ladri esterni, che si intrufolano nelle attività commerciali per portar via tutto il possibile, dai beni di lusso ad oggetti di uso quotidiano. Oggi molto spesso il vero nemico delle aziende si trova all’interno.

Preme sottolineare che è opportuno non fare di tutta l’erba un fascio ed è necessario elogiare chi si mostra fedele all’azienda per cui lavora. Tuttavia, sono in continuo aumento i casi di dipendenti infedeli, che si appropriano indebitamente di beni o denaro dell’azienda per trarne vantaggio.

È il caso, per esempio, di un’impiegata comunale di un paesino del torinese, in malattia da un anno, ma che, intanto, pur incassando lo stipendio, si era creata una seconda entrata, insegnando aerobica.

O, ancora, è il caso, di un’impiegata 24enne di Biella che è riuscita a conquistare la fiducia del suo datore, tanto da avere accesso al conto bancario dell’impresa, attraverso la gestione on-line per pagare i colleghi e i fornitori. La giovane, così, ha iniziato ad approfittare della situazione privilegiata in cui si è ritrovata, facendo sparire dalle casse dell’azienda circa 34.000 euro, destinati in realtà ai fornitori.

A Brescia una cassiera è stata denunciata per truffa con una sua complice. Il metodo per derubare il supermercato in cui lavorava era stato già testato e si era rivelato efficace: l’amica faceva la spesa e lei batteva alla cassa solo una parte di essa. Un ottimo stratagemma, per avere la spesa gratis!

Ma, oltre a beni di consumo e di lusso, ancora più valore possono avere un certo tipo di informazioni, se passate alle aziende concorrenti. Veri e propri casi di spionaggio industriale, messi in atto subdolamente, dall’interno, proprio da chi dovrebbe prendersi cura della compagnia per cui lavora.

È il caso, per esempio, di una segretaria fiorentina che era solita registrare le riunioni importanti, quelle in cui venivano prese decisioni o mostrati nuovi progetti e prospettive dell’azienda per cui lavorava, per poi passarle, sotto adeguato compenso, ad una compagnia concorrente. Scoperta dal datore di lavoro in flagrante, è stata licenziata. Non è sempre facile, però, poter dimostrare certe azioni, anche perché ci sono strumenti sempre più piccoli e più discreti per poter spiare senza essere scoperti. Così, l’imprenditore ha deciso di dotarsi di un rilevatore di microspie per bonifiche ambientali e far rimanere l’ascoltatore indiscreto con un pugno di mosche. Uno strumento, quindi, che non dà vita facile a chi è pronto a vendersi al miglior offerente.

Infedeli, attenzione! Il tradimento online per i giudici è una prova!

tradimento online

Diversi sono, negli ultimi mesi, gli articoli che si sono susseguiti su diversi siti e giornali cartacei su “Facebook sfascia-famiglie”: il social network, infatti, sarebbe, secondo una ricerca inglese, causa di divorzio in più del 20% dei casi nel Regno Unito, anche se le stime sarebbero applicabili anche alla realtà italiana.

Giunge, però, un avvertimento agli amanti del tradimento online: in ambito strettamente giuridico la dottrina più recente ritiene che la violazione del dovere di fedeltà si configuri anche nelle ipotesi di infedeltà sentimentale e addirittura di quella apparente. Quindi, anche qualora non si consumi realmente e fisicamente il rapporto, si può parlare di tradimento e, pertanto, il coniuge infedele vedrebbe addebitarsi la separazione.

“Emotional affairs” in inglese, “infedeltà emozionale” in italiano, termini che comprendono tutti quei rapporti che nascono sul web, all’inizio come semplici amicizie e, sempre rimanendo in un ambito prettamente virtuale, arrivano ad un coinvolgimento virtuale più forte, creando una vera e propria vita parallela. Senza considerare il fatto che, in diversi casi, sfociano in incontri in carne ed ossa, ma non necessariamente.

Secondo gli esperti, sempre più uomini, e in misura minore anche donne, cercherebbero in un “compagno online”, un nuovo modo di essere, che magari nella realtà non possono realizzare. Cercherebbero anche un/una confidente, in grado di capirli ed entrare in sintonia con loro, specialmente se il rapporto ufficiale, quello reale, è in crisi.

Sarebbe più facile, infatti, parlare ad uno sconosciuto dei propri problemi per svariati motivi, tra cui l’anonimato, la sicurezza che darebbe lo schermo, una minore paura di essere scoperti e la sensazione che quello che si sta facendo è solo parlare e non costituisca una violazione al sacro vincolo del matrimonio.

In realtà non è proprio così perché, secondo l’avvocato Laura Vasselli, esperta in diritto di famiglia, “la corte di Cassazione, che non è fonte di diritto ma crea orientamento sull’interpretazione della legge, ha stabilito che si può avere addebito se si dimostra che per almeno due anni un coniuge frequenta un’altra persona venendo meno ai doveri coniugali. Se si raggiunge e si dimostra un nesso di consequenzialità tra la crisi coniugale e la presenza di qualsiasi altra “distrazione”, vi può essere l’addebito. Il punto, dunque, non è tanto il tradimento, che potrebbe rappresentare a livello di relazione solo un momento di rabbia, ma il social network crea degli affetti stabili e quindi una continuità che crea delle vite parallele”.

E se si considera che per scoprire questo genere di tradimento sempre più persone, donne soprattutto, ricorrono a strumenti per scoprire le password dei propri partner, come i keylogger, allora ci si rende conto di quanto la rete stia inevitabilmente complicando i rapporti tra persone che, nel bene e nel male, devono fare i conti con il proprio alter ego virtuale.

Educazione al rispetto e monitoraggio pc, come in Italia ci si difende dal cyberbullismo.

luglio 6, 2012 Bullismo Nessun Commento
cyberbullismo

In Italia i ragazzi minorenni che navigano la rete sanno riconoscere e difendersi dal cyberbullismo. Questo è quanto emerge da uno studio condotto da Microsoft in 25 paesi di tutti il mondo, tra i quali il nostro si sarebbe distinto dalla media proprio per la capacità dei ragazzi di far fronte al bullismo online.

La ricerca si basa su interviste rivolte a ragazzi tra gli 8 e i 17 anni e tiene conto delle differenze culturali e di “concetto” tra persone che potrebbero analizzare uno stesso problema da differenti punti di vista e sfaccettature.

Agli intervistati è stato chiesto di riportare l loro esperienze negative sulla rete: insulti, provocazioni, ecc… e di spiegare come reagiscono. I risultati mostrano che il 69% degli italiani (contro il 57% degli altri paesi) conosce il problema in maniera approfondita, il 62% (54% nel resto del mondo) mostra preoccupazione rispetto a queste problematiche, mentre il 28% è vittima di bullismo. Ridotto, rispetto alle altre nazioni, anche la percentuale di bulli: un 16% contro il 24% della media.

Secondo lo studio, bisognerebbe ringraziare soprattutto le famiglie, che in Italia risultano seguire più da vicino i ragazzi quando si parla di “vita virtuale”. I genitori italiani, infatti, affronterebbero più apertamente e direttamente il problema parlando con i ragazzi, mostrando loro come comportarsi quando si è in rete e, nel 38% dei casi, utilizzando sistemi per monitorare il pc, soluzione efficace per sapere cosa i figli fanno o dicono online senza che se ne accorgano.

Anche la scuola ha dimostrato di avere un ruolo importante nella prevenzione del fenomeno, per quanto atti di bullismo continuino ad accadere “dal vivo” in diverse scuole italiane. Tuttavia, il 25% delle scuole afferma di avere delle norme ufficiali contro il fenomeno, sul quale il 23% degli istituti analizzati impartirebbe anche una formazione mirata e organizzerebbe manifestazioni, eventi e concorsi per coinvolgere i ragazzi nel dialogo e nella lotta a certi comportamenti che, oltre ad avere conseguenze fisiche in alcuni casi, quasi sempre marchiano profondamente la psiche di chi li subisce.

Quando un presunto tradimento sfocia in un efferato omicidio: la storia di Alessandra.

carabinieri

Sono due giorni che la notizia fa il giro del web ed in particolare dei Social Network. Si chiamava Alessandra, aveva 26 anni, un fisico invidiabile ed era così bella da suscitare la gelosia quasi morbosa del marito. Fin qui nulla, o quasi, di strano, chi non sarebbe geloso di una moglie così bella? Il problema nasce quando la gelosia diventa qualcosa di ossessivo, che spinge a vedere, a volte, anche quello che non c’è, come il tradimento da parte del partner.

È proprio quello che è successo a Giancarlo Giannini, operaio di 35 anni di Palma Campania, in provincia di Napoli, marito di Alessandra. Secondo lui, Alessandra lo aveva tradito e doveva a tutti i costi spingerla alla confessione, anche a costo della vita stessa. Sono le tre del mattino, i due figli di quattro e sei anni dormono e tra i due coniugi scoppia una lite furibonda. All’inizio sembrava una normale lite tra sposati, ma poi la situazione inizia a degenerare: Giancarlo inizia a picchiare Alessandra, prima con calci, pugni e schiaffi, poi, accecato dalla rabbia prende prima una forbice piccola, poi una più grande, insegue la sua “amata” per tutta la casa fino al balcone dove lei ha tentato di fuggire e la fredda piantandole la forbice nel petto.

I due figli non hanno visto nulla e sono al sicuro con gli zii, grazie anche all’intervento dei Carabinieri, allertati dalle chiamate dei vicini per l’evidente trambusto nel pieno della notte. Giancarlo confessa: l’ha uccisa perché lei lo tradiva, forse, e lui non ci ha visto più. Tradimento o no, nulla potrà giustificare un gesto così estremo, che lascia due bambini senza l’amore della propria mamma e, in un certo senso, anche senza il proprio papà, che ha tolto loro la cosa più importante.

Non è un caso isolato, purtroppo, questo. Secondo le statistiche un triste primato spetta all’Italia quest’ultimo anno: sono quasi 60 le donne uccise dalla furia omicida di uomini ossessionati, presumibilmente traditi o non rassegnati davanti ad un rifiuto. Numerosi sono, infatti, anche i casi di stalking sottovalutati e trasformatisi in tragedia.

Una situazione che fa riflettere, soprattutto sulla Rete, dove migliaia di persone da diverse parti del paese si scambiano opinioni su questi tristi fatti di cronaca. Si avverte soprattutto l’esigenza di tutelare le donne vittime di soprusi da parte di uomini che le “amano troppo” o che non si rassegnano ad un rifiuto. Per questo molte donne, per sentirsi più sicure, tendono sempre più a ricorrere alla tecnologia, a strumenti che le facciano sentire “controllate”. Si registra, infatti, un boom nella vendita di localizzatori satellitari, per far sì che si riesca a sapere dove sono in qualunque momento, e software spia per cellulari, per far ascoltare le proprie conversazioni telefoniche e ambientali. Piccoli strumenti che, tuttavia, possono aiutare nella prevenzione di tali atti di violenza.

Boom di furti nei supermercati: nel 35% dei casi, infedeltà aziendale.

cassiera ruba al supermercato

Secondo una recente ricerca della Coldiretti, sarebbero aumentati nell’ultimo anno i furti nei supermercati. Un po’ per necessità, un po’ perché la merce sugli scaffali non è dotata di capsule antifurto (tranne che per rari casi, come vini di un certo pregio), ma i beni di consumo come latte, formaggi, salumi e prodotti per bambini, sarebbero i prodotti più ricercati da questo genere di ladri.

Si tende ad attribuire tutto alla crisi economica e al fatto che sempre più famiglie non riescono ad andare avanti e non posseggono nemmeno i beni di prima necessità. Tuttavia, è stato dimostrato che tra i prodotti preferiti dai “topi” da super e ipermercati ci sono anche prodotti cosmetici e per la cura del corpo, capi di abbigliamento alla moda, alcolici e strumenti hi-tech, beni di cui certamente in caso di ristrettezze economiche si può fare a meno.

Un altro dato interessate è che se il 47,7% dei furti è da imputare a clienti esterni, il 16,2% a errori amministrativi o ai fornitori, ben il 35% è riconducibile a dipendenti “infedeli”, che cercano di intascare parte del ricavo della giornata.

Proprio in questi giorni, in diverse parti d’Italia, diversi commessi e cassieri sono stati colti in flagranza di reato mentre mettevano da parte una porzione dell’incasso giornaliero per poi portarlo via con sé. La tecnica più usata è quella di battere la merce, stornare una parte (o a volte tutto) dell’incasso e appropriarsi della differenza. Così agiva una 38enne sarda e così agiva anche una 23enne di Udine, entrambe colte in flagranza, grazie alle microcamere nascoste dalla Guardia di Finanza, ed entrambe reo-confesse.

Non si sa cosa abbia spinto le due ad un tale gesto, soprattutto in virtù del fatto di avere comunque un contratto a tempo indeterminato con le rispettive catene di supermarket. Quello che si può evincere è che, soprattutto in questi tempi di crisi economica, i supermercati necessitano di sistemi di sorveglianza più efficaci. I commercianti europei, infatti, stanno sempre più rivolgendo la loro attenzione allo sviluppo di nuove tecnologie per la sicurezza delle merci, come i sistemi di protezione alla fonte in radio frequenza, o l’installazione di una rete più capillare di impianti di videosorveglianza.

Dagli Usa, l’anello che marchia il dito contro l’infedeltà.

anello anti-tradimento

Viene dagli Stati Uniti e si chiama anello anti-cheating, ossia anello antitradimento. È un anello che, portato per un certo periodo di tempo senza tirarlo via, marchia il dito con la scritta “I’m married”, “Sono sposato”. Questa è l’ultima invenzione di un’azienda americana, secondo la quale l’anello, marchiando il dito dei potenziali partner infedeli, metterebbe loro in condizioni di non provarci con il primo o la prima che capita.

Secondo una ricerca condotta dalla stessa azienda, infatti, oggi i single in cerca di partner non guarderebbero più il portafogli, o meglio lo guarderebbero in un secondo momento, ma il dito sul quale si porta la fede, per vedere se la persona interessata sia o sposata o meno.

E sempre lo stesso sondaggio rivela, dall’altra parte, che chi è propenso ad avventure extra-coniugali occasionali tenderebbe a togliere la fede quando frequenta luoghi come discoteche, bar o altri luoghi di incontri, quando non è accompagnato dal partner ufficiale.

Da oggi, però, secondo l’azienda americana, i mariti e le mogli fedeli non hanno più nulla da temere, grazie a questo anello che marchia il dito… come se una scritta bastasse a fare da deterrente a chi ha voglia di una scappatella senza compromessi.

L’anello, che tra l’altro non ha costi propriamente bassi, sta suscitando molte critiche. Si leggono, sui diversi siti che riportano la notizia commenti secondo i quali l’oggetto altro non sarebbe che il simbolo di una profonda mancanza di fiducia, senza la quale il rapporto non avrebbe ragione di esistere. Ci si chiede: “Se uno di voi sta prendendo in considerazione questo anello, allora probabilmente dovrebbe riconsiderare anche il matrimonio, punto”.

Altre domanda che ci si pone è sull’effettiva efficacia del metodo, ossia: basta un anello che marchia il dito a fare da deterrente e a scoraggiare chi “ci vuole provare” e basta un oggetto del genere a rassicurare i partner fedeli e sospettosi? A tale domanda nella maggior parte dei casi la risposta è no e c’è chi afferma di affidarsi a metodi più sicuri, magari ad un cellulare con software spia o a sistemi che permettono di monitorare il pc del proprio partner. Insomma, ad ognuno il suo metodo, ma gli utenti dubitano fortemente che un anello possa essere la soluzione ai problemi di infedeltà.

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