Mobbing: aggredita cassiera in un supermercato

Mobbing: aggredita cassiera in un supermercato

44 anni, peruviana, con due figli di cui uno piccolo, problemi renali e un contratto part-time di 30 ore settimanali per poco più di 1000 euro netti al mese. Questo è il quadro di una cassiera di un supermercato Esselunga di Milano che maltrattata e umiliata, ha resistito anche se malata, alle continue vessazioni. Poi, quando è stata aggredita fisicamente, non ce l’ha fatta più e ha deciso di reagire e denunciando tutto alla polizia.

Le capita di stare male, ma non le è consentito di andare in bagno. Un giorno le è capitato anche di urinarsi addosso perché non le era stata data la possibilità di andare in bagno e nemmeno per potersi cambiare fino alla fine del turno. Finito il lavoro “umiliata e piangente” si è recata in ospedale dove le è stata diagnosticata una cistite emorragica: 15 giorni di malattia la prognosi.

Ma qualche giorno fa un episodio ancora più grave: un’aggressione nello spogliatoio del negozio da parte di una persona non ancora identificata. Dopo le 16.30 la cassiera scende le scale per cambiarsi e uno sconosciuto le copre gli occhi con una banda, le blocca le mani, le infila in bocca un panno e le sbatte la testa contro i muri del bagno. Poi urlandole “piscia” e altre parole ostili preme il tasto dello sciacquone. “Quando mi ha messo la testa nel water”, ha detto la vittima, “ho visto i miei figli che mi salutavano per l’ultima volta e mi sono raccomandata a Dio”.

Lei sviene e il direttore la aiuta, accompagnandola in ospedale. La lavoratrice ha sporto denuncia alla polizia: “Voglio sapere chi è stato a picchiarmi e perché”. E soprattutto riferendosi alla sua denuncia di mobbing dice “di voler lottare ora perché nessuno sia sottoposto alle stesse umiliazioni che ho subito io”. 

Purtroppo invece umiliazioni e vessazioni sono all’ordine del giorno. Difficile è sempre raccogliere prove che attestino questi episodi. In molti casi i dipendenti si sono rivelati astuti filmando con microcamere gli episodi di mobbing a loro carico. Queste immagini si sono spesso rivelate la chiave di volta per risolvere la loro malaugurata situazione. Infatti, in altri casi, in assenza di prove, i tribunali non hanno potuto dare pareri favorevoli alle denunce del caso. Penne, orologi da polso, bottoni, cravatte possono nascondere piccolissime telecamere che consentono di riprendere umiliazioni e minacce e di risolvere casi che possono, a lungo andare, provocare stress, insonnia e disturbi psichici da non sottovalutare.

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