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Scopre il tradimento online della moglie. Lei lo picchia

Come abbiamo sostenuto diverse volte, i tradimenti avvengono sempre più spesso online. Ne è un esempio un recente episodio avvenuto a Viterbo.

Un uomo, insospettito dal comportamento della moglie, che di notte si alzava e passava ore davanti al computer, ha piazzato una microcamera e l’ha ripresa mentre si autoscattava foto hard che “condivideva” su Facebook con il suo amante virtuale molto più giovane di lei.

Ovviamente una volta viste le immagini e appurato il misfatto, è scoppiato il finimondo. L’uomo ha affrontato la moglie, ma lei, anziché fornire giustificazioni del suo comportamento, si è scagliata contro il consorte, reo di averla spiata, e l’ha preso a ceffoni. Le urla della coppia hanno richiamato alcuni familiari della donna che abitano accanto, e che sono intervenuti in sua difesa scatenando una propria rissa.

Ad avere la peggio il povero marito che è dovuto ricorrere alle cure del pronto soccorso, dove gli sono state diagnosticate contusioni guaribili in alcuni giorni. Poi si è recato nella sede della polizia postale e ha denunciato la moglie per lesioni e ha consegnato ai poliziotti le prove del tradimento online.

Dalla sua parte ha avuto le immagini sapientemente riprese dalla microcamera che hanno reso inconfutabili le sue parole. Molto spesso sono le prove le uniche vie di uscita e per raccoglierle c’è solo un modo: affidarsi a prodotti professionali che in tutta discrezione ci forniscono la chiave del nostro futuro.

Palpeggiamenti durante il colloquio di lavoro

luglio 18, 2013 Mobbing Nessun Commento

Quando è tornata a casa, è scoppiata in un pianto ininterrotto. E tra le lacrime ha raccontato quello che poco prima le era successo: durante il colloquio a cui si era presentata per un posto da segretaria, il titolare le aveva messo le mani addosso, palpeggiandola e facendole esplicite proposte di natura sessuale in cambio del lavoro. La mamma della ragazza, appena ventenne, ha preso il cellulare e ha chiamato immediatamente la polizia.

Mentre la ragazza veniva accompagnata all’ospedale per gli accertamenti del caso, gli agenti della questura hanno raggiunto l’azienda, una piccola ditta di trasporti, in cui sarebbero avvenute le molestie. Una volta sul posto, i poliziotti sono stati avvicinati da un’altra ragazza, anch’essa ventenne: anche lei avrebbe subito ripetuti palpeggiamenti da parte dell’imprenditore (un sessantenne con precedenti penali) durante il periodo di prova che aveva effettuato nell’azienda per quello stesso lavoro per cui la sua coetanea si era presentata dopo aver letto un annuncio del Centro per l’impiego.

Entrambe le ragazze sono state invitate in questura e le loro accuse sono state messe a verbale. Le molestie subite da parte dell’uomo erano praticamente della stessa natura. Le forze dell’ordine hanno voluto vederci chiaro sulla questione e, senza perdere altro tempo, hanno dotato la ragazza che svolgeva il periodo di prova di un orologio con microcamera incorporata e si sono piazzati nei pressi dell’azienda. La ragazza, rimasta in azienda per pochissimi minuto, ha registrato alcune conversazioni molto esplicite, fornendo prove schiaccianti.

Spetterà adesso alla procura della Repubblica esaminare le testimonianze e gli elementi di prova raccolti. L’imprenditore al momento è indagato per il reato di violenza sessuale. Purtroppo come spesso avviene gli inquirenti hanno bisogno di prove per procedere in maniera spedita con la prassi giudiziaria. Nel privato sarebbe opportuno presentarsi sempre ad “incontri al buio” che siano di natura professionale o personale, muniti di strumenti di auto tutela, in maniera da metter fine alla marea di abusi che si consumano ogni giorno e che mietono continuamente nuove vittime.

Babysitter picchia brutalmente neonato che le impedisce di guardare la TV

Immagini sconvolgenti riprese da una telecamera nascosta di percosse selvagge contro un bambino piccolissimo da parte di una baby sitter russa. Sta facendo molto discutere questo video che riporta in maniera inequivocabile i maltrattamenti della tata. Secondo quanto dichiarato dalla stessa 55enne, a scatenare la sua rabbia sono state le incessanti urla del bambino che le impedivano di godersi il suo programma preferito in tv.

Il video è stato realizzato a Krasnoyarsk, una cittadina della Russia siberiana centrale. A scoprire tale brutalità gli stessi genitori del bambino che, insospettiti dagli estenuanti pianti del piccolo alla semplice visione della babysitter, hanno deciso di monitorare l’atteggiamento della donna durante l’orario lavorativo attraverso una microcamera installata in casa.

Le registrazioni non lasciano dubbi: ripetuti strattoni e schiaffi sulla testa e sul corpo del piccolo costituivano le “cure” quotidiane della babysitter orco. A scioccare è soprattutto l’inumana brutalità con cui la donna inveisce contro il bambino.

Al momento del fermo da parte degli agenti di polizia, la 55enne si sarebbe giustificata accusando i genitori del comportamento irrequieto del bambino: “Sono loro ad averlo rovinato – avrebbe detto la donna – il bambino grida per tutto il tempo e chiede sempre di essere preso in braccio”. A dire della babysitter, dunque, il suo atteggiamento farebbe parte di una sorta di “terapia educativa”, una forma di tutela decisamente poco umana.

Purtroppo, eventi di questo genere si sono verificati di recente anche in diverse zone dell’Europa e degli Stati Uniti. La necessità di lasciare in affidamento i propri figli durante le ore di lavoro, porta spesso ad assumere come babysitter gente sconosciuta che si presenta alla porta sfogliando curriculum ad hoc e decantando decenni di esperienza nel settore.

Ora, sulla scia delle numerose notizie sempre più shoccanti, i genitori oltre a prestare tutte le attenzioni possibili nella scelta della tata, utilizzando sempre più spesso degli strumenti per la sorveglianza, come la microcamera utilizzata dai genitori russi. Lo strumento ideale è nella maggior parte dei casi è il DVR All in One, un microregistratore audio e video che viene installato pressoché ovunque anche in prese elettriche o giochi per bambini. In questo modo non si desta alcun sospetto e si può agire per garantire la sicurezza dei bambini.

Con una microcamera filma e smaschera il marito che tenta di avvelenarla

Cerca online una microcamera nascosta in una sveglia, la acquista, la piazza in cucina e filma tutto. Il marito prende una boccetta, la svita e con il contagocce mette dell’acido cloridrico nella bottiglietta d’acqua della moglie. La sveglia-spia dotata anche di audio svela le parole dell’uomo: «Così muori». Ma la donna ha agito d’astuzia e proprio con quella microspia lo ha smascherato. Insospettitasi da un sorso d’acqua che qualche giorno prima le aveva bruciato la bocca e da un contenitore di acido scoperto nell’armadietto dei medicinali ha deciso di diventare investigatrice per tutelare sé stessa.

Temeraria e coraggiosa, prima di accusare il coniuge, ha voluto chiarire cosa stava succedendo in casa. Ha chiesto consigli ad alcuni parenti che le hanno suggerito di acquistare una piccola telecamera e di piazzarla nei pressi della sua bottiglietta d’acqua in modo da controllare cosa accadeva. Così ha scoperto la triste verità. Suo marito voleva farla fuori. A quel punto non si è fatta impietosire, ha raccolto le sue prove e ha raccontato tutto alla polizia.

Il giorno dopo Eliseo Bongiorno, 67 anni, incensurato, falegname in pensione, è stato prelevato dalla sua abitazione a Dalmine ed è stato portato in carcere con l’accusa di tentato omicidio aggravato dal legame con la vittima e dall’utilizzo di una sostanza venefica. Ha subito ammesso le sue colpe aggiungendo che non aveva intenzione di ucciderla “Volevo solo farla stare un po’ male, così avrebbe smesso di organizzare i pellegrinaggi da Padre Pio e di ascoltare Radio Maria tutto il giorno». Il suo difensore sta cercando un’alternativa al carcere, ma di certo il pensionato non potrà tornare nella sua abitazione.

Nella storia ci sono tutti gli elementi per un racconto in stile Agatha Christie: il piano del marito, il veleno, il sospetto della moglie, il figlio che vive ancora in casa con loro, l’altro figlio, sacerdote, e le indagini casalinghe con l’acquisto di una spy sveglia, un apparecchio normale all’apparenza, ma che nasconde in sé un registratore audio e video.

Come spesso avviene il miglior modo per tutelarsi è il “fai-da-te”. Fortunatamente strumenti per il controllo e la sorveglianza sono facilmente reperibili sul sito www.endoacustica.com e assicurano la massima efficienza in dimensioni ridotte e dunque risultano facilmente occultabili.

300mila euro: il risarcimento per mobbing più alto della storia

dicembre 14, 2012 Mobbing 2 Commenti

Le cause per mobbing in Italia sono all’ordine del giorno: “padroni” prepotenti, giovani non in grado di difendersi, minacce, violenze. Nonostante sia passato del tempo, il risarcimento per mobbing più alto della storia italiana resta quello attribuito ad una giornalista di un settimanale del gruppo Mondadori che ha fatto causa alla nota azienda sostenendo di esser stata perseguitata e discriminata senza motivo dai suoi capi. Dopo le indagini del caso, il tribunale di Milano ha ordinato il reintegro della dipendente nelle mansioni e ha cancellato i provvedimenti disciplinari assunti a suo carico. E, fatto del tutto inaspettato, ha condannato la Mondadori a versarle un risarcimento da ben trecentomila euro. Non sono stati noti i motivi particolari di tale disposizione, fatto sta che è stata dichiarata come «accertata l’illegittimità della dequalificazione professionale subita dalla ricorrente». Nonostante la vittoria in tribunale, la giornalista non ha voluto divulgare la notizia e la propria identità, dicendo semplicemente di esser stata «devastata» da questa storia. La relazione degli inquirenti parla di inchieste mai pubblicate, di incarichi sempre più ridotti e anche di colleghi sempre preferiti a lei.

La carriera della scrittrice parla di successo; una professionista dal 1980, passata dai quotidiani locali ai grandi titoli del gruppo Mondadori: “Sorrisi e canzoni Tv”, “Noi” e come inviata speciale in Italia e all’estero. Nel 2005, nel passaggio ad un nuovo rotocalco di evasione sono cominciati i problemi per la giornalista. E’ stata privata del ruolo di inviata e a lei sono stati relegati servizi di scarsa importanza. 122 articoli in sette anni, in media uno al mese e di poche righe, una miseria per una professionista del suo calibro. Anche dopo la scesa in campo dell’Ordine dei giornalisti, il comportamento della redazione non è cambiato. La rottura definitiva è avvenuta quando la donna si è rifiutata di scrivere due articoli sfacciatamente pubblicitari e l’azienda ha messo in atto provvedimenti disciplinari a suo carico.

Questo tipo di situazioni sono comuni a numerose redazioni in Italia e con poche modifiche, sono aderenti anche alla realtà di ogni azienda di qualsiasi dimensione e di tutti i settori produttivi. In molti casi i dipendenti si sono rivelati astuti filmando con microcamere gli episodi di mobbing a loro carico. Queste immagini si sono spesso rivelate la chiave di volta per risolvere la loro malaugurata situazione. Infatti, in altri casi, in assenza di prove, i tribunali non hanno potuto dare pareri favorevoli alle denunce del caso. Penne, orologi da polso, bottoni, cravatte possono nascondere piccolissime telecamere allo scopo di riprendere vessazioni e minacce e risolvere casi che possono, a lungo andare, provocare stress, insonnia e disturbi psichici da non sottovalutare.

Respingere il coniuge è reato

I giudici della Cassazione si sono pronunciati nei giorni scorsi sul caso di Monica e Lapo, una coppia fiorentina che da sette anni non aveva rapporti sessuali. Monica, dopo la nascita della loro bambina, ha cominciato a rifiutare il coniuge. Già nel 2005 il tribunale aveva emesso la sentenza di separazione senza addebito ed aveva affidato la bambina alla madre, alla quale era andata anche la casa e 230 euro mensili per il mantenimento della figlia. La decisione non è piaciuta a Lapo. In appello il marito ha ottenuto la pronuncia di addebito rincarando la dose di accuse nei confronti dell’ex moglie: la donna oltre a rifiutare rapporti sessuali, nell’ultimo anno aveva costretto l’uomo a dormire in una stanza separata. La stessa trascurava le faccende domestiche rendendo la casa sporca ed invivibile.

In queste accuse la Cassazione ha individuato senza esitazioni, il colpevole della fine del matrimonio. Infatti pare che nel caso in cui la moglie, non solo rifiuti di avere rapporti con il marito, ma costringa addirittura lo stesso a dormire in un’altra stanza, scatti la separazione con addebito ai danni di chi “respinge” il partner. I supremi giudici affermano l’esistenza di tutti gli elementi per chiarire la responsabilità e attribuire una colpa individuale.

In realtà, la motivazione risiederebbe nel gesto del rifiuto che crea stress e frustrazione nel coniuge provocando danni psicofisici anche permanenti. Quello che si configura è la mancanza di sostegno morale all’interno della relazione coniugale visto dalla legge come “inderogabile dovere”.

Quello che spesso avviene è il rifugio del partner “respinto” nel tradimento. Rifugiarsi in un’altra donna o in un altro uomo che possa soddisfare i propri bisogni emozionali e sessuali. Ed allora il coniuge comincia a riacquisire curiosità nella persona in quanto tale, si improvvisa detective con tanto di cellulari spia e microcamere e cerca di riprendersi “ciò che è suo”. Dunque, potrebbe, in alcuni casi, essere il tradimento una valida soluzione?

Mobbing: riconoscerlo e difendersi

ottobre 2, 2012 Mobbing Nessun Commento

Nonostante se ne parli ancora poco, il mobbing è un fenomeno sempre più diffuso.

Generalmente con il termine “mobbing” si fa riferimento all’accanimento di un singolo o di un gruppo contro una persona all’interno dell’ambiente di lavoro.

Il termine, prende spunto dal mondo animale per descrivere un particolare comportamento di alcune specie che circondano un proprio simile e lo assalgono in gruppo al fine di allontanarlo dal branco.

Il fenomeno può essere di diversi tipi e presentare caratteristiche diverse:

  • orizzontale se avviene tra pari grado, cioè persone nella stessa posizione lavorativa;
  • verticale: quando è attuato da un superiore nei confronti di un dipendente o viceversa;
  • collettivo: ritenuto una vera e propria strategia aziendale che mira a ridurre o razionalizzare gli organici e rivolto non al singolo, ma a gruppi di persone;
  • doppio mobbing: nel momento in cui la situazione del mobbizzato va a ledere anche la sua famiglia e le persone che ha attorno. Le sue problematiche col tempo potrebbero portare ad un ulteriore isolamento dell’individuo;
  • esterno: la vittima è il datore di lavoro che subisce pressioni attuate sotto forma di minacce, sia da parte di organizzazioni sindacali che da dipendenti.

Non è sempre facile delineare una situazione di mobbing in quanto questa spesso comincia con semplici “anomalie” dinamico-relazionali tra la vittima e i colleghi o il superiore. Tali screzi ben presto si trasformano in critiche e rimproveri. Il comportamento mobbizzante si fa manifesto col tempo attraverso incalzanti e reiterati attacchi nei confronti della vittima al fine di screditarne la reputazione, isolarla dal contesto lavorativo, dequalificarla professionalmente e, attraverso continue critiche e richiami, demotivarla psicologicamente. Solo a questo punto la vittima potrebbe arrivare a denunciare le vessazioni. Al vertice delle azioni mobbizzanti si ha l’allontanamento della vittima che spesso lo porta ad un completo isolamento e a rischio depressione. In via alternativa, il lavoratore, stremato, non riuscendo a trovare una soluzione al problema, sceglie la strada delle dimissioni volontarie.

Accade di frequente che risulta difficile dimostrare queste azioni intimidatorie. Sempre più spesso si ricorre a microspie come il bottone spia, la microcamera installata nella cintura o gli occhiali con microcamera incorporata.

I casi di mobbing sono in continuo aumento: in Europa tale fenomeno sta assumendo dimensioni sociali di notevole rilievo. In Italia circa il 6% della popolazione attiva (approssimativamente un milione e mezzo di lavoratori) ne sarebbe vittima con conseguenze negative che ricadono non solo sull’individuo colpito, ma anche sul suo nucleo familiare e sulle aziende per le quali questi fenomeni comportano un aumento dei costi che ricadono sulla collettività sotto forma di incremento dei costi sanitari e previdenziali.

In alcuni paesi europei come Svezia, Norvegia e Germania, il fenomeno è stato da tempo regolamentato.

In Italia, nella Costituzione (artt. 2-3-4-32-35-36-41-42) è ravvisabile trovare tutela della persona in tutte le sue fasi esistenziali e quindi anche nell’ambito lavorativo. Inoltre, diversi comportamenti che caratterizzano il mobbing trovano una precisa connotazione in numerosi articoli del codice penale. Insomma difendersi, si può.

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