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Flirt sul posto di lavoro: donne coinvolte più degli uomini

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Dimenticatevi dello stereotipo del maschio seduttore e sciupafemmine: in tema di avance sul posto del lavoro le donne non sono seconde a nessuno. È quanto emerge da un sondaggio lanciato dal sito di incontri Incontri-ExtraConiugali.com, un risultato che forse lascia basiti alcuni esponenti del cosiddetto sesso forte, abituati a fare bello e cattivo tempo in ambito di scappatelle coniugali. Alla radice di questi slanci passionali c’è sicuramente una complicità di intenti, ma anche la condivisione dei medesimi spazi protratta nel tempo. D’altronde è risaputo: trascorrere diverse ore a stretto contatto l’uno con l’altro, magari incalzati dalla noia di una routine lavorativa che non lascia scampo, facilita l’instaurarsi di rapporti sociali più profondi. A volte sfocianti in un’intesa anche di tipo sessuale.

Ma torniamo al sondaggio. Dall’intervista fatta alle quasi seimila frequentatrici del sito di incontri, tutte donne sposate o fidanzate, viene fuori che l’80% di loro avrebbe flirtato con il collega di ufficio, mentre un 40% ha ammesso di aver esplicitamente tradito il partner con il proprio compagno di lavoro. Riguardo a età e grado di coinvolgimento nella relazione è invece emerso che il 64% delle donne ha un’età compresa tra i 25 e i 45 anni, che per il 40% delle intervistate il tradimento si è consumato nell’arco di una sola notte, e che il 10% di loro ha portato avanti la relazione per un mese di fila.

Per quanto i dati della ricerca spingano ad attribuire un ruolo di prim’ordine alle donne in materia di incontri clandestini, il primato di traditore per eccellenza spetta sempre all’uomo. Resta comunque il fatto che il numero di traditrici è salito di ben il 40% negli ultimi 20 anni, come evidenziato in un nostro precedente articolo. Realtà o abbagli statistici? Difficile dirlo, vista la complessità del fenomeno su vasta scala.

Ad ogni modo, se temete che la vostra compagna sia coinvolta in un comportamento di questo tipo, potreste sempre affidarvi ai servizi offerti da un investigatore privato, oppure provare a fare da soli con l’aiuto di un cellulare spia spyphone. In quest’ultimo caso, però, fate attenzione: l’utilizzo improprio di uno spy phone, utile a salvaguardare e bloccare sul nascere qualsiasi azione fedifraga, potrebbe rivelarsi un’operazione non propriamente legale.

Nell’attesa che vi decidiate sul da farsi, vi suggeriamo di non abbattervi e di cominciare a sondare il terreno avvalendovi di questo test infedeltà. Vi aiuterà a capire meglio come stanno realmente le cose.

Donne single al centro delle azioni di mobbing

settembre 15, 2014 Mobbing Nessun Commento

Costrette a prendere le ferie nei periodi più scomodi e spesso molestate psicologicamente e/o sessualmente. In Italia, così come in molti altri Paesi, il fatto di essere “libera” diventa spesso un’arma a doppio taglio per donne che, paradossalmente, hanno investito energie proprio per garantirsi il massimo dell’indipendenza e dar spazio alla carriera.

E’ un tipo di mobbing meno appariscente, forse anche meno conosciuto, figlio di evoluzioni sociali sviluppatesi negli ultimi 10-15 anni e quindi non ancora ben codificato: il mobbing a danno delle donne single.
Lavoratrici, cioè, che non hanno figli e in molti casi neanche un compagno e che quindi sono costrette a sopportare un sovraccarico lavorativo e psicologico da colleghi e superiori che viene talvolta sottovalutato se non completamente ignorato. Questo è un fenomeno che si verifica molto spesso nei luoghi di lavoro privati. Le donne single subiscono, inoltre, il mobbing sessuale, ovvero molestie messe in atto da colleghi e superiori, finalizzate a danneggiare immagine e carriera della persona in questione. Moltissime giovani donne si sono trovate a dover affrontare ammiccamenti e battute a sfondo sessuale, o tentativi di seduzione e inviti, almeno una volta nella propria vita professionale.

E’ la storia di Carla, 43enne, licenziata dopo non aver ceduto alle avance del capo reparto, ma che si è fatta forza e ha raccolto con un microfono in un portachiavi tutte le tristi battute per poi avanzare azioni legali e recuperare appieno il suo posto. Ma anche la storia di Mina, 37enne, costretta a turni esagerati e trattata in maniera discriminatoria che si è riscattata raccogliendo le prove con una cimice e portandole in Tribunale.

Di fatto, anche queste donne subiscono una sorta di discriminazione che le porta a rinunciare, per non perdere le posizioni professionali acquisite, a una vita privata, sia con un compagno che con dei figli. Bisogna tutelarsi affinché questo fenomeno cessi sia ai propri danni che a quelli di altre donne nella stessa situazione. E’ importante denunciare sempre, raccogliendo prove che incastrino i colpevoli attraverso strumenti professionali che permettano registrazioni chiare senza destare sospetti.

Pista interna per la microspia nella poltrona del presidente della Regione Lazio

Chi ha installato la microspia nello schienale della poltrona della sala riunioni della Regione Lazio? Se lo chiedono da giorni gli uomini del Nucleo Operativo di Roma. L’apparecchiatura atta alle intercettazioni ambientali è stata trovata grazie ad un rilevatore utilizzato nel corso di una bonifica degli ambienti. Era posizionata nella poltrona in uso al presidente Nicola Zingaretti. Lo stesso ha dichiarato: «Nel corso di una periodica verifica delle difese fisiche ed elettroniche a tutela della privacy e della sicurezza degli uffici della Presidenza, è stato rinvenuto dentro una poltrona della sala riunioni un complesso apparato elettronico idoneo all’ascolto e alla registrazione ed atto alla trasmissione all’esterno». L’apparecchiatura non è in uso agli organi di polizia giudiziaria, semplicemente perché priva del numero di matricola, dunque non si tratterebbe di intercettazioni non autorizzate.

Una cosa pare certa: la spia conosce bene le stanze del potere. Per almeno due motivi: prima di tutto, l’oggetto è stato sistemato nell’imbottitura di una poltrona prima sventrata e poi rimessa a nuovo da un “tecnico”, un tappezziere probabilmente. Dunque o la poltrona è stata prelevata e rimessa al suo posto, oppure il lavoro è stato eseguito da qualcuno che conosceva i momenti di tranquillità assoluta. Inoltre l’apparecchio andava acceso volta per volta, premendo un pulsante nel bracciolo della poltrona. Quindi era gestita da qualcuno che entrava ed usciva liberamente dalla sala.

Così il cerchio comincia a stringersi. Un dipendente infedele, un addetto delle pulizie venduto ai concorrenti, un potente invidioso dei colleghi. Tutti potrebbero essere valide opzioni al vaglio degli inquirenti. Dunque, come spesso avviene in aziende pubbliche e private, si tratterebbe di un tradimento. Questa volta clamorosamente scoperto grazie alla periodica bonifica ambientale.

La cimice, un modello di alcuni anni fa, non era di tipo professionale. Era interamente nascosta nell’imbottitura della poltrona, ma un filo sottile fuoriusciva da un piccolo buco al lato dello schienale. Questo filo nero era stato incastrato fra il cuscino della seduta e il bracciolo, praticamente invisibile. All’estremità esterna c’era un minuscolo microfono con un pulsante altrettanto piccolo, per accendere e spegnere l’apparecchio.
Quando la cimice è stata trovata il pulsante dell’accensione non era attivo, dunque o lo spione non l’aveva ancora accesa, oppure la microspia era stata spenta dopo una registrazione. Non è chiaro dunque cosa volesse captare. I carabinieri hanno sequestrato le immagini girate dalle telecamere interne agli uffici della Presidenza regionale e saranno sentite le guardie giurate.

Questa spy story di interesse nazionale mette in evidenza l’importanza di periodici controlli in ambito pubblico così come privato. A questi controlli, condotti attraverso rilevatori di microspie professionali, va sicuramente aggiunto un sistema di videosorveglianza integrato. Come in questo caso, una volta rilevata la presenza di una microspia si potrà procedere all’individuazione del colpevole attraverso le immagini riprese dalle telecamere.

Il capo la molesta, lei non può ottenere giustizia perché è una stagista

gennaio 23, 2014 Mobbing Nessun Commento

In tempi di carenza di lavoro, non sono rari gli imprenditori che approfittano della tragica situazione di molti giovani sottopagandoli o facendoli lavorare “a nero”, senza contratto e senza alcuni diritto. Questa condizione amareggia i dipendenti e soprattutto li rende più permissivi e succubi di fronte a comportamenti scortesi ed anche illeciti che molto spesso sfiorano il mobbing vero e proprio.

Non crediamo al sogno americano dove tutto luccica e gli stipendi sono reali. A New York, ad esempio, essere uno stagista non comporta solo la difficoltà di lavorare per un compenso molto limitato, o spesso addirittura nullo: i giovani lavoratori senza un contratto non sono neppure protetti contro gli abusi sul lavoro. Un giudice di Manhattan – come ha riportato Bloomberg Businessweek – ha infatti stabilito che Lihuan Wang, 26 anni, ex stagista nell’ufficio di Phoenix Satellite Television, non può citare in giudizio il suo capo per molestie sessuali perché non è una dipendente regolarmente assunta dall’azienda.

La ragazza, originaria della Cina, ha iniziato un periodo di stage presso l’ufficio di New York nel 2010, quando aveva 22 anni, e sostiene che il suo supervisore l’ha più volte molestata toccandole il fondoschiena e tentando di baciarla. Ma la legge recita: «La tutela dei lavoratori non si estende agli stagisti non retribuiti. Questi ultimi non sono coperti dalla legge sui diritti umani della città».

Questo tipo di atteggiamenti purtroppo sono frequenti e non hanno limiti geografici. In tal senso possiamo fare riferimento alla difesa personale, unico strumento di cui ci si può servire in caso di mobbing, almeno per raccogliere le prove che consentono di denunciare gli aggressori. Infatti i casi di abusi molto spesso hanno richiesto delle prove che determinino il perpetrarsi degli atteggiamenti denunciati. Dunque l’impiego di microspie o microcamere nascoste sono di estrema importanza per tutelarsi ed ottenere giustizia. Una penna, un mouse, un libro e tanti altri oggetti normalmente presenti in un ufficio, ben si adattano a diventare dei buoni alleati per immortalare ingiustizie e molestie.

Palpeggiamenti durante il colloquio di lavoro

luglio 18, 2013 Mobbing Nessun Commento

Quando è tornata a casa, è scoppiata in un pianto ininterrotto. E tra le lacrime ha raccontato quello che poco prima le era successo: durante il colloquio a cui si era presentata per un posto da segretaria, il titolare le aveva messo le mani addosso, palpeggiandola e facendole esplicite proposte di natura sessuale in cambio del lavoro. La mamma della ragazza, appena ventenne, ha preso il cellulare e ha chiamato immediatamente la polizia.

Mentre la ragazza veniva accompagnata all’ospedale per gli accertamenti del caso, gli agenti della questura hanno raggiunto l’azienda, una piccola ditta di trasporti, in cui sarebbero avvenute le molestie. Una volta sul posto, i poliziotti sono stati avvicinati da un’altra ragazza, anch’essa ventenne: anche lei avrebbe subito ripetuti palpeggiamenti da parte dell’imprenditore (un sessantenne con precedenti penali) durante il periodo di prova che aveva effettuato nell’azienda per quello stesso lavoro per cui la sua coetanea si era presentata dopo aver letto un annuncio del Centro per l’impiego.

Entrambe le ragazze sono state invitate in questura e le loro accuse sono state messe a verbale. Le molestie subite da parte dell’uomo erano praticamente della stessa natura. Le forze dell’ordine hanno voluto vederci chiaro sulla questione e, senza perdere altro tempo, hanno dotato la ragazza che svolgeva il periodo di prova di un orologio con microcamera incorporata e si sono piazzati nei pressi dell’azienda. La ragazza, rimasta in azienda per pochissimi minuto, ha registrato alcune conversazioni molto esplicite, fornendo prove schiaccianti.

Spetterà adesso alla procura della Repubblica esaminare le testimonianze e gli elementi di prova raccolti. L’imprenditore al momento è indagato per il reato di violenza sessuale. Purtroppo come spesso avviene gli inquirenti hanno bisogno di prove per procedere in maniera spedita con la prassi giudiziaria. Nel privato sarebbe opportuno presentarsi sempre ad “incontri al buio” che siano di natura professionale o personale, muniti di strumenti di auto tutela, in maniera da metter fine alla marea di abusi che si consumano ogni giorno e che mietono continuamente nuove vittime.

Escort a rischio

aprile 3, 2013 Mobbing Nessun Commento

Tempo di crisi e tempo in cui si è maggiormente disposti a scendere a compromessi per poter campare. C’è chi sceglie lavori più umili e chi sceglie di intraprendere una strada tanto redditizia quanto ardua, quella della prostituzione. Le escort, così come sono oggi comunemente chiamate, vendono il proprio corpo e non pagano le tasse. Un mondo ignaro ai più che divide il piacere dal lavoro.

Un esempio può essere la storia di Alessandra che si definisce “figlia di un paese il cui governo mortifica l’intelligenza di tanti giovani, ostacolandoli nell’espressione delle loro capacità, spesso a vantaggio dei “figli di”, relegando chi non ha “santi in paradiso” a lavoretti precari, con stipendi miseri”. Per cinque anni ha guadagnato 800 euro in nero a fronte di 10 ore in piedi dentro un negozio. Un affitto da pagare e la minaccia dell’anoressia che incombeva. Dopo battaglie sindacali e curricula inviati pressoché ovunque Alessandra non ha retto più e ha deciso di intraprendere “la via più semplice” come la definiscono in molti. “I miei incontri (non tutti ma la maggior parte) sono “stupri” a cui il mio corpo acconsente, ma che il mio spirito subisce. Nessuno mi regala i soldi, li devo guadagnare interpretando i loro desideri che solo a volte corrispondono ai miei. E’ il caro prezzo che pago per ottenere gli agognati soldi”.

La storia di Alessandra non si è risolta però con il nuovo lavoro, anzi sono arrivati nuovi problemi. Un giorno la donna ha incontrato un uomo particolare. Uno di quello con molti soldi e poco cervello. L’ha aggredita dapprima verbalmente, poi è passato agli spintoni, mollandole un ceffone e prendendola a calci. La fortuna di Alessandra è stato l’X Spray di Endoacustica che la ragazza porta sempre con sé. Si tratta di uno spray anti aggressione che consente di bloccare momentaneamente la visuale dell’aggressore grazie alla sua consistenza schiumosa di colore blu e nel caso in cui l’aggressore si dia alla fuga e rimuova la schiuma dal viso, il colore blu rimarrà sulla pelle per circa tre giorni e questo faciliterà l’identificazione del soggetto.

La escort dopo aver spruzzato X-spray sul viso dell’aggressore ha chiamato aiuto mentre l’uomo, lasciandola in mezzo ad una strada, è fuggito. Fortunatamente non è andato lontano dato che è stato prontamente riconosciuto dalle forze dell’ordine dopo che la giovane aveva segnalato l’accaduto.

La conclusione della storia non vede il lieto fine. Alessandra continua a prostituirsi per sopravvivere e cerca come può di tutelarsi. “Il prezzo del meretricio è un indennizzo per la “violenza” subita dal nostro corpo, dalla nostra mente e dalla nostra anima”.

Mobbing: aggredita cassiera in un supermercato

marzo 12, 2013 Mobbing Nessun Commento

44 anni, peruviana, con due figli di cui uno piccolo, problemi renali e un contratto part-time di 30 ore settimanali per poco più di 1000 euro netti al mese. Questo è il quadro di una cassiera di un supermercato Esselunga di Milano che maltrattata e umiliata, ha resistito anche se malata, alle continue vessazioni. Poi, quando è stata aggredita fisicamente, non ce l’ha fatta più e ha deciso di reagire e denunciando tutto alla polizia.

Le capita di stare male, ma non le è consentito di andare in bagno. Un giorno le è capitato anche di urinarsi addosso perché non le era stata data la possibilità di andare in bagno e nemmeno per potersi cambiare fino alla fine del turno. Finito il lavoro “umiliata e piangente” si è recata in ospedale dove le è stata diagnosticata una cistite emorragica: 15 giorni di malattia la prognosi.

Ma qualche giorno fa un episodio ancora più grave: un’aggressione nello spogliatoio del negozio da parte di una persona non ancora identificata. Dopo le 16.30 la cassiera scende le scale per cambiarsi e uno sconosciuto le copre gli occhi con una banda, le blocca le mani, le infila in bocca un panno e le sbatte la testa contro i muri del bagno. Poi urlandole “piscia” e altre parole ostili preme il tasto dello sciacquone. “Quando mi ha messo la testa nel water”, ha detto la vittima, “ho visto i miei figli che mi salutavano per l’ultima volta e mi sono raccomandata a Dio”.

Lei sviene e il direttore la aiuta, accompagnandola in ospedale. La lavoratrice ha sporto denuncia alla polizia: “Voglio sapere chi è stato a picchiarmi e perché”. E soprattutto riferendosi alla sua denuncia di mobbing dice “di voler lottare ora perché nessuno sia sottoposto alle stesse umiliazioni che ho subito io”. 

Purtroppo invece umiliazioni e vessazioni sono all’ordine del giorno. Difficile è sempre raccogliere prove che attestino questi episodi. In molti casi i dipendenti si sono rivelati astuti filmando con microcamere gli episodi di mobbing a loro carico. Queste immagini si sono spesso rivelate la chiave di volta per risolvere la loro malaugurata situazione. Infatti, in altri casi, in assenza di prove, i tribunali non hanno potuto dare pareri favorevoli alle denunce del caso. Penne, orologi da polso, bottoni, cravatte possono nascondere piccolissime telecamere che consentono di riprendere umiliazioni e minacce e di risolvere casi che possono, a lungo andare, provocare stress, insonnia e disturbi psichici da non sottovalutare.

La donna capo crea frustrazioni

febbraio 6, 2013 Mobbing Nessun Commento

Chi non ricorda la perfida Miranda del film “Il diavolo veste Prada”? Perfida, ricca, senza scrupoli. Sembra questo il quadro perfetto della donna manager divisa tra carriera e famiglia e sempre più spesso sola.

Avere un responsabile del sesso femminile porta ancora scompiglio. Per gli uomini pare sia addirittura frustrante ricevere ordini da una donna. La conferma è giunta da un recente studio canadese: il sesso del capo influenza la vita dei dipendenti, a lavoro e non solo. Secondo la ricerca dell’università di Toronto, il sesso delle persone che gestiscono il lavoro ha conseguenze sulla salute fisica e mentale dei dipendenti.

Nell’ambito della ricerca, per ogni dipendente sono stati esaminati lo stress psicologico, i sintomi fisici, il tipo di occupazione e una serie di condizioni lavorative, come per esempio il livello di soddisfazione dietro la scrivania, il rapporto con l’autorità, le pressioni ricevute e la qualità delle relazioni interpersonali. I lavoratori sono poi stati divisi in gruppi, a seconda che a gestirli fossero due persone di sesso opposto, un supervisore dello stesso sesso o uno di sesso diverso.
Ne è risultato che le dipendenti se la passano peggio con un capo dello stesso sesso, quindi donna. E non soltanto in ufficio, perché potrebbero talvolta pagarne le conseguenze anche per quanto riguarda la salute psicofisica. Va molto meglio invece se a dare ordini lavorativi è un uomo o al massimo una coppia di manager uomo e donna. Esaminando le caratteristiche è emerso che il capo ideale avrebbe un mix di doti femminile e maschili. Fatto sta che nei ruoli che contano, siano essi politici, aziendali o pubblici, le donne sono ancora veramente poche.

Aldilà di quelle che possono essere le implicazioni che le differenti culture portano sul piano lavorativo, riportiamo la storia di “Sabrina” (nome di fantasia) che ha dovuto sottostare al suo capo “tiranno” per circa nove mesi per mancanza di prove. La malcapitata lavorava in una grande impresa di telefonia del nord Italia da circa tre anni quando l’azienda fu assorbita da imprenditori esteri. Il primo impatto con le nuove decisioni aziendali fu piuttosto buono: maggiore rigore, inquadramenti contrattuali validi, aria di novità. I problemi cominciarono dopo pochissimo tempo: Sabrina, da 18 mesi responsabile dell’area marketing, fu sostituita da una nuova arrivata senza troppe spiegazioni. A lei sarebbe toccata l’area telemarketing senza responsabilità particolari. Il demansionamento fu seguito da una lunga serie di critiche e pressioni sul suo rendimento che sfociavano anche in discussioni a voce alta con la responsabile del settore. Scene quotidiane che però non potevano trovare fondamento legale per mancanza di prove. Dunque la ragazza si fece coraggio e registrò con un potente microregistratore le continue angherie dopo di che portò le registrazioni dal suo avvocato.
Ad oggi Sabrina ha un nuovo lavoro, ma l’azienda in cui lavorava ha dovuto risarcire i danni morali a lei arrecati.

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