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La videosorveglianza aiuta le aziende

In ambito aziendale, ogni anno, vengono scovati ben 6 milioni di ladri, senza parlare di quelli che riescono a farla franca. In tempi di crisi, come negli ultimi anni, aumentano anche i furti. Da alcune ricerche svolte in Inghilterra, il 78% delle perdite di magazzino (o ammanchi inventariali) deriva da infedeltà dei dipendenti. Le merci più ambite sono ovviamente quelle che costano di più, ma anche quelle di uso comune che possono essere più facilmente vendute “sottobanco”.

I sistemi di sicurezza, nel settore retail, sono aumentati del 65% negli ultimi 12 mesi. Si tratta di impianti completamente integrati, che oltre alle telecamere, dispongono di monitoraggio 24h su 24h anche tramite smatphone, tablet e pc, controllo degli accessi tramite serrature biometriche, sistemi di controllo accessi con allarmi antifurto e tag specifici.

La videosorveglianza risulta, quindi, non solo indispensabile contro i furti esterni, ma anche contro i furti di dipendenti “infedeli”. Come abbiamo visto più volte, non esiste un modus operandi univoco che contraddistingua i malintenzionati, dunque non si può monitorare internamente un’azienda se non con un controllo ben integrato.
C’è chi si limita ad usare strumenti aziendali per scopi personali, ma anche chi ruba, chi compie veri e propri sabotaggi o atti di vandalismo, chi vende dati, informazioni e segreti industriali a competitor o favoreggia atti di concorrenza sleale. A tal proposito è indispensabile anche un’analisi fisica del “contesto”, cioè dall’organizzazione fisica degli spazi fino all’insieme delle politiche e delle procedure di controllo che regolano la vita dell’azienda e dei suoi dipendenti. Questa può essere fatta con l’ausilio di aziende specializzate nel settore.

A questi sistemi di prevenzione e deterrenza, si aggiunge anche l’utilità della videosorveglianza per gli studi su clientela e acquisti. Infatti le stesse tecnologie di riconoscimento permettono anche di tracciare dei veri e propri identikit dei clienti e di suddividerli per tipologia. Quindi, la videosorveglianza, non è solo un metodo efficace per tutelarsi da furti e danneggiamenti, bensì è anche un ottimo strumento di valutazione e proiezione sul mercato.

Di base, l’azienda deve avere le idee molto chiare su come vuole gestire la propria sicurezza e la tecnologia deve mettersi al servizio delle esigenze di tutela. Dunque l’impresa deve affidarsi a professionisti nel settore della sicurezza e della sorveglianza, evitando sprechi di tempo e di denaro con sistemi mediocri che possono non solo essere inefficienti, ma anche apportare veri e propri danni all’azienda stessa. In conclusione, la sicurezza è una scelta e al tempo stesso una responsabilità alla base delle politiche aziendali.

Furto di merce in azienda: le telecamere smascherano gli insospettabili

A dare l’allarme che nel magazzino c’era una falla è stato il commercialista. «Cosa crede di fare? Qui c’è un sacco di vendita in nero» ha rimproverato il cliente. L’imprenditore, un 43enne con una prospera attività di commercio nel settore alimentare, non credeva alle sue orecchie: «Ma io non ha mai venduto in nero». Nessun dubbio, a quel punto, sul motivo delle incongruenze nei libri contabili: qualcuno rubava nei magazzini.

Un dipendente infedele? Come scoprirlo? Dopo giorni di ansie e preoccupazioni e notti insonni, l’imprenditore ha cercato su internet. Ha trovato un’azienda italiana, leader nel settore della sicurezza e della sorveglianza e si è rivolta a questa. Dopo un’attenta consulenza, ha piazzato quattro telecamere nascoste in punti strategici dell’azienda e ha atteso. Cosa ha scoperto? Che i ladri in azienda erano due e tra l’altro insospettabili: uno spedizioniere e un’impiegata. Licenziati, o meglio costretti a dimettersi, non sono stati denunciati per furto ma è stato chiesto loro, attraverso il tribunale civile, di restituire l’ammontare della refurtiva, circa 60mila euro.

Ma vediamo come hanno agito. L’addetto alle consegne era un uomo di trentasette anni che si occupava di caricare i camion e portare a destinazione la merce. Frodava l’azienda truccando le spedizioni. Sul registro elettronico contabilizzava, ad esempio, dieci bottiglie in partenza, in realtà ne caricava sul camion venti. Le dieci bottiglie registrate venivano vendute regolarmente al destinatario, le dieci eccedenti ceduti sottoprezzo in nero. Così l’azienda subiva un doppio danno: spariva della merce e diminuiva il giro d’affari dato che alcuni clienti compravano più merce rubata che regolare, risparmiando e riempiendo le tasche dello spedizioniere. Il giochetto sarebbe andato avanti per almeno sei mesi nel corso dei quali il dipendente avrebbe incassato almeno 25mila euro. Ma la sua attività di furto nei confronti dell’azienda non si limitava a questo, perché oltre alla merce rubata per la vendita c’era quella sottratta per il proprio consumo: il dipendente faceva spesa per sé e per la famiglia, gratuitamente, nel magazzino aziendale. Le prove raccolte sono rimaste nelle registrazioni delle telecamere nascoste piazzate nei locali dell’azienda. L’occhio elettronico avrebbe ripreso anche la spesa clandestina di un’altra insospettabile dipendente, una fidata 43enne che, secondo le accuse, avrebbe fatto sparire merce per anni.

I due dipendenti, dopo esser stati scoperti, si sono comportati in modo diverso. Lui, dopo aver ammesso tutto, ha restituito i 25mila euro stabiliti dal decreto ingiuntivo del giudice civile. Lei invece, che secondo il tribunale deve all’azienda 35mila euro, avrebbe tentato (invano) di fare opposizione.

300mila euro: il risarcimento per mobbing più alto della storia

dicembre 14, 2012 Mobbing 2 Commenti

Le cause per mobbing in Italia sono all’ordine del giorno: “padroni” prepotenti, giovani non in grado di difendersi, minacce, violenze. Nonostante sia passato del tempo, il risarcimento per mobbing più alto della storia italiana resta quello attribuito ad una giornalista di un settimanale del gruppo Mondadori che ha fatto causa alla nota azienda sostenendo di esser stata perseguitata e discriminata senza motivo dai suoi capi. Dopo le indagini del caso, il tribunale di Milano ha ordinato il reintegro della dipendente nelle mansioni e ha cancellato i provvedimenti disciplinari assunti a suo carico. E, fatto del tutto inaspettato, ha condannato la Mondadori a versarle un risarcimento da ben trecentomila euro. Non sono stati noti i motivi particolari di tale disposizione, fatto sta che è stata dichiarata come «accertata l’illegittimità della dequalificazione professionale subita dalla ricorrente». Nonostante la vittoria in tribunale, la giornalista non ha voluto divulgare la notizia e la propria identità, dicendo semplicemente di esser stata «devastata» da questa storia. La relazione degli inquirenti parla di inchieste mai pubblicate, di incarichi sempre più ridotti e anche di colleghi sempre preferiti a lei.

La carriera della scrittrice parla di successo; una professionista dal 1980, passata dai quotidiani locali ai grandi titoli del gruppo Mondadori: “Sorrisi e canzoni Tv”, “Noi” e come inviata speciale in Italia e all’estero. Nel 2005, nel passaggio ad un nuovo rotocalco di evasione sono cominciati i problemi per la giornalista. E’ stata privata del ruolo di inviata e a lei sono stati relegati servizi di scarsa importanza. 122 articoli in sette anni, in media uno al mese e di poche righe, una miseria per una professionista del suo calibro. Anche dopo la scesa in campo dell’Ordine dei giornalisti, il comportamento della redazione non è cambiato. La rottura definitiva è avvenuta quando la donna si è rifiutata di scrivere due articoli sfacciatamente pubblicitari e l’azienda ha messo in atto provvedimenti disciplinari a suo carico.

Questo tipo di situazioni sono comuni a numerose redazioni in Italia e con poche modifiche, sono aderenti anche alla realtà di ogni azienda di qualsiasi dimensione e di tutti i settori produttivi. In molti casi i dipendenti si sono rivelati astuti filmando con microcamere gli episodi di mobbing a loro carico. Queste immagini si sono spesso rivelate la chiave di volta per risolvere la loro malaugurata situazione. Infatti, in altri casi, in assenza di prove, i tribunali non hanno potuto dare pareri favorevoli alle denunce del caso. Penne, orologi da polso, bottoni, cravatte possono nascondere piccolissime telecamere allo scopo di riprendere vessazioni e minacce e risolvere casi che possono, a lungo andare, provocare stress, insonnia e disturbi psichici da non sottovalutare.

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