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Mobbing: aggredita cassiera in un supermercato

marzo 12, 2013 Mobbing Nessun Commento

44 anni, peruviana, con due figli di cui uno piccolo, problemi renali e un contratto part-time di 30 ore settimanali per poco più di 1000 euro netti al mese. Questo è il quadro di una cassiera di un supermercato Esselunga di Milano che maltrattata e umiliata, ha resistito anche se malata, alle continue vessazioni. Poi, quando è stata aggredita fisicamente, non ce l’ha fatta più e ha deciso di reagire e denunciando tutto alla polizia.

Le capita di stare male, ma non le è consentito di andare in bagno. Un giorno le è capitato anche di urinarsi addosso perché non le era stata data la possibilità di andare in bagno e nemmeno per potersi cambiare fino alla fine del turno. Finito il lavoro “umiliata e piangente” si è recata in ospedale dove le è stata diagnosticata una cistite emorragica: 15 giorni di malattia la prognosi.

Ma qualche giorno fa un episodio ancora più grave: un’aggressione nello spogliatoio del negozio da parte di una persona non ancora identificata. Dopo le 16.30 la cassiera scende le scale per cambiarsi e uno sconosciuto le copre gli occhi con una banda, le blocca le mani, le infila in bocca un panno e le sbatte la testa contro i muri del bagno. Poi urlandole “piscia” e altre parole ostili preme il tasto dello sciacquone. “Quando mi ha messo la testa nel water”, ha detto la vittima, “ho visto i miei figli che mi salutavano per l’ultima volta e mi sono raccomandata a Dio”.

Lei sviene e il direttore la aiuta, accompagnandola in ospedale. La lavoratrice ha sporto denuncia alla polizia: “Voglio sapere chi è stato a picchiarmi e perché”. E soprattutto riferendosi alla sua denuncia di mobbing dice “di voler lottare ora perché nessuno sia sottoposto alle stesse umiliazioni che ho subito io”. 

Purtroppo invece umiliazioni e vessazioni sono all’ordine del giorno. Difficile è sempre raccogliere prove che attestino questi episodi. In molti casi i dipendenti si sono rivelati astuti filmando con microcamere gli episodi di mobbing a loro carico. Queste immagini si sono spesso rivelate la chiave di volta per risolvere la loro malaugurata situazione. Infatti, in altri casi, in assenza di prove, i tribunali non hanno potuto dare pareri favorevoli alle denunce del caso. Penne, orologi da polso, bottoni, cravatte possono nascondere piccolissime telecamere che consentono di riprendere umiliazioni e minacce e di risolvere casi che possono, a lungo andare, provocare stress, insonnia e disturbi psichici da non sottovalutare.

La donna capo crea frustrazioni

febbraio 6, 2013 Mobbing Nessun Commento

Chi non ricorda la perfida Miranda del film “Il diavolo veste Prada”? Perfida, ricca, senza scrupoli. Sembra questo il quadro perfetto della donna manager divisa tra carriera e famiglia e sempre più spesso sola.

Avere un responsabile del sesso femminile porta ancora scompiglio. Per gli uomini pare sia addirittura frustrante ricevere ordini da una donna. La conferma è giunta da un recente studio canadese: il sesso del capo influenza la vita dei dipendenti, a lavoro e non solo. Secondo la ricerca dell’università di Toronto, il sesso delle persone che gestiscono il lavoro ha conseguenze sulla salute fisica e mentale dei dipendenti.

Nell’ambito della ricerca, per ogni dipendente sono stati esaminati lo stress psicologico, i sintomi fisici, il tipo di occupazione e una serie di condizioni lavorative, come per esempio il livello di soddisfazione dietro la scrivania, il rapporto con l’autorità, le pressioni ricevute e la qualità delle relazioni interpersonali. I lavoratori sono poi stati divisi in gruppi, a seconda che a gestirli fossero due persone di sesso opposto, un supervisore dello stesso sesso o uno di sesso diverso.
Ne è risultato che le dipendenti se la passano peggio con un capo dello stesso sesso, quindi donna. E non soltanto in ufficio, perché potrebbero talvolta pagarne le conseguenze anche per quanto riguarda la salute psicofisica. Va molto meglio invece se a dare ordini lavorativi è un uomo o al massimo una coppia di manager uomo e donna. Esaminando le caratteristiche è emerso che il capo ideale avrebbe un mix di doti femminile e maschili. Fatto sta che nei ruoli che contano, siano essi politici, aziendali o pubblici, le donne sono ancora veramente poche.

Aldilà di quelle che possono essere le implicazioni che le differenti culture portano sul piano lavorativo, riportiamo la storia di “Sabrina” (nome di fantasia) che ha dovuto sottostare al suo capo “tiranno” per circa nove mesi per mancanza di prove. La malcapitata lavorava in una grande impresa di telefonia del nord Italia da circa tre anni quando l’azienda fu assorbita da imprenditori esteri. Il primo impatto con le nuove decisioni aziendali fu piuttosto buono: maggiore rigore, inquadramenti contrattuali validi, aria di novità. I problemi cominciarono dopo pochissimo tempo: Sabrina, da 18 mesi responsabile dell’area marketing, fu sostituita da una nuova arrivata senza troppe spiegazioni. A lei sarebbe toccata l’area telemarketing senza responsabilità particolari. Il demansionamento fu seguito da una lunga serie di critiche e pressioni sul suo rendimento che sfociavano anche in discussioni a voce alta con la responsabile del settore. Scene quotidiane che però non potevano trovare fondamento legale per mancanza di prove. Dunque la ragazza si fece coraggio e registrò con un potente microregistratore le continue angherie dopo di che portò le registrazioni dal suo avvocato.
Ad oggi Sabrina ha un nuovo lavoro, ma l’azienda in cui lavorava ha dovuto risarcire i danni morali a lei arrecati.

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