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Social network: la triste ascesa del mobbing orizzontale

novembre 2, 2015 Bullismo, Mobbing Nessun Commento
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Oggigiorno si fa presto a parlare di mobbing. Tuttavia non tutti sanno che oltre alla sua espressione generica che ormai tutti conoscono ne esistono altre, aventi ciascuna un significato ben preciso (leggi qui). In questa sede parleremo esclusivamente della forma che va sotto il nome di mobbing orizzontale e della sua triste ascesa anche sui social network. Ricordiamo ai nostri lettori che col termine “mobbing orizzontale” si suole indicare tutti quei comportamenti oppressivi messi in atto sul posto di lavoro da individui di pari grado. Una situazione ben distinta dal mobbing verticale, che suggerisce invece l’insieme di atti vessatori perpetrati a danno del lavoratore da parte di figure preminenti e di grado più elevato, quali ad esempio un datore di lavoro o un superiore.

Ma torniamo al nocciolo della questione. Oggi, come dicevamo, non è infrequente assistere a episodi di mobbing orizzontale compiuti attraverso l’uso dei social network, Facebook in testa. Tali manovre hanno purtroppo portato alla luce una triste realtà, che si accompagna spesso ad altre fattispecie di reato quali il bullismo, la calunnia, la diffamazione ecc. Come se ciò non bastasse, ci si è messa anche una certa insufficienza di leggi e di normative giuridiche a complicare il tutto. Di conseguenza ognuno ha fatto quel che ha potuto per correre ai ripari: in alcuni casi si è trattato solo di cancellare il proprio profilo dal social di turno, in altre si sono invece rese necessarie misure più drastiche per ottemperare all’onere della prova (testimonianze giurate, listato delle comunicazioni via chat ecc.).

In casi di bullismo e cyber-bullismo, uno dei dispositivi più validi a disposizione di tutori e genitori apprensivi, si è dimostrato essere invece lo spyphone. Si tratta di un cellulare spia sul quale è stato preventivamente installato un software spia capace di assicurare un controllo totale sul telefono: ascolto di suoni ambientali e di telefonate, localizzazione GPS, lettura degli SMS e dei messaggi istantanei scambiati su Facebook, Viber, WhatsApp ecc. Si ricorda tuttavia che l’utilizzo di tali dispositivi è vietato dalla legge, per cui bisogna valutare attentamente, caso per caso, la migliore soluzione da adottare per non incorrere in illeciti.

Donne single al centro delle azioni di mobbing

settembre 15, 2014 Mobbing Nessun Commento

Costrette a prendere le ferie nei periodi più scomodi e spesso molestate psicologicamente e/o sessualmente. In Italia, così come in molti altri Paesi, il fatto di essere “libera” diventa spesso un’arma a doppio taglio per donne che, paradossalmente, hanno investito energie proprio per garantirsi il massimo dell’indipendenza e dar spazio alla carriera.

E’ un tipo di mobbing meno appariscente, forse anche meno conosciuto, figlio di evoluzioni sociali sviluppatesi negli ultimi 10-15 anni e quindi non ancora ben codificato: il mobbing a danno delle donne single.
Lavoratrici, cioè, che non hanno figli e in molti casi neanche un compagno e che quindi sono costrette a sopportare un sovraccarico lavorativo e psicologico da colleghi e superiori che viene talvolta sottovalutato se non completamente ignorato. Questo è un fenomeno che si verifica molto spesso nei luoghi di lavoro privati. Le donne single subiscono, inoltre, il mobbing sessuale, ovvero molestie messe in atto da colleghi e superiori, finalizzate a danneggiare immagine e carriera della persona in questione. Moltissime giovani donne si sono trovate a dover affrontare ammiccamenti e battute a sfondo sessuale, o tentativi di seduzione e inviti, almeno una volta nella propria vita professionale.

E’ la storia di Carla, 43enne, licenziata dopo non aver ceduto alle avance del capo reparto, ma che si è fatta forza e ha raccolto con un microfono in un portachiavi tutte le tristi battute per poi avanzare azioni legali e recuperare appieno il suo posto. Ma anche la storia di Mina, 37enne, costretta a turni esagerati e trattata in maniera discriminatoria che si è riscattata raccogliendo le prove con una cimice e portandole in Tribunale.

Di fatto, anche queste donne subiscono una sorta di discriminazione che le porta a rinunciare, per non perdere le posizioni professionali acquisite, a una vita privata, sia con un compagno che con dei figli. Bisogna tutelarsi affinché questo fenomeno cessi sia ai propri danni che a quelli di altre donne nella stessa situazione. E’ importante denunciare sempre, raccogliendo prove che incastrino i colpevoli attraverso strumenti professionali che permettano registrazioni chiare senza destare sospetti.

Il capo la molesta, lei non può ottenere giustizia perché è una stagista

gennaio 23, 2014 Mobbing Nessun Commento

In tempi di carenza di lavoro, non sono rari gli imprenditori che approfittano della tragica situazione di molti giovani sottopagandoli o facendoli lavorare “a nero”, senza contratto e senza alcuni diritto. Questa condizione amareggia i dipendenti e soprattutto li rende più permissivi e succubi di fronte a comportamenti scortesi ed anche illeciti che molto spesso sfiorano il mobbing vero e proprio.

Non crediamo al sogno americano dove tutto luccica e gli stipendi sono reali. A New York, ad esempio, essere uno stagista non comporta solo la difficoltà di lavorare per un compenso molto limitato, o spesso addirittura nullo: i giovani lavoratori senza un contratto non sono neppure protetti contro gli abusi sul lavoro. Un giudice di Manhattan – come ha riportato Bloomberg Businessweek – ha infatti stabilito che Lihuan Wang, 26 anni, ex stagista nell’ufficio di Phoenix Satellite Television, non può citare in giudizio il suo capo per molestie sessuali perché non è una dipendente regolarmente assunta dall’azienda.

La ragazza, originaria della Cina, ha iniziato un periodo di stage presso l’ufficio di New York nel 2010, quando aveva 22 anni, e sostiene che il suo supervisore l’ha più volte molestata toccandole il fondoschiena e tentando di baciarla. Ma la legge recita: «La tutela dei lavoratori non si estende agli stagisti non retribuiti. Questi ultimi non sono coperti dalla legge sui diritti umani della città».

Questo tipo di atteggiamenti purtroppo sono frequenti e non hanno limiti geografici. In tal senso possiamo fare riferimento alla difesa personale, unico strumento di cui ci si può servire in caso di mobbing, almeno per raccogliere le prove che consentono di denunciare gli aggressori. Infatti i casi di abusi molto spesso hanno richiesto delle prove che determinino il perpetrarsi degli atteggiamenti denunciati. Dunque l’impiego di microspie o microcamere nascoste sono di estrema importanza per tutelarsi ed ottenere giustizia. Una penna, un mouse, un libro e tanti altri oggetti normalmente presenti in un ufficio, ben si adattano a diventare dei buoni alleati per immortalare ingiustizie e molestie.

Palpeggiamenti durante il colloquio di lavoro

luglio 18, 2013 Mobbing Nessun Commento

Quando è tornata a casa, è scoppiata in un pianto ininterrotto. E tra le lacrime ha raccontato quello che poco prima le era successo: durante il colloquio a cui si era presentata per un posto da segretaria, il titolare le aveva messo le mani addosso, palpeggiandola e facendole esplicite proposte di natura sessuale in cambio del lavoro. La mamma della ragazza, appena ventenne, ha preso il cellulare e ha chiamato immediatamente la polizia.

Mentre la ragazza veniva accompagnata all’ospedale per gli accertamenti del caso, gli agenti della questura hanno raggiunto l’azienda, una piccola ditta di trasporti, in cui sarebbero avvenute le molestie. Una volta sul posto, i poliziotti sono stati avvicinati da un’altra ragazza, anch’essa ventenne: anche lei avrebbe subito ripetuti palpeggiamenti da parte dell’imprenditore (un sessantenne con precedenti penali) durante il periodo di prova che aveva effettuato nell’azienda per quello stesso lavoro per cui la sua coetanea si era presentata dopo aver letto un annuncio del Centro per l’impiego.

Entrambe le ragazze sono state invitate in questura e le loro accuse sono state messe a verbale. Le molestie subite da parte dell’uomo erano praticamente della stessa natura. Le forze dell’ordine hanno voluto vederci chiaro sulla questione e, senza perdere altro tempo, hanno dotato la ragazza che svolgeva il periodo di prova di un orologio con microcamera incorporata e si sono piazzati nei pressi dell’azienda. La ragazza, rimasta in azienda per pochissimi minuto, ha registrato alcune conversazioni molto esplicite, fornendo prove schiaccianti.

Spetterà adesso alla procura della Repubblica esaminare le testimonianze e gli elementi di prova raccolti. L’imprenditore al momento è indagato per il reato di violenza sessuale. Purtroppo come spesso avviene gli inquirenti hanno bisogno di prove per procedere in maniera spedita con la prassi giudiziaria. Nel privato sarebbe opportuno presentarsi sempre ad “incontri al buio” che siano di natura professionale o personale, muniti di strumenti di auto tutela, in maniera da metter fine alla marea di abusi che si consumano ogni giorno e che mietono continuamente nuove vittime.

Mobbing: aggredita cassiera in un supermercato

marzo 12, 2013 Mobbing Nessun Commento

44 anni, peruviana, con due figli di cui uno piccolo, problemi renali e un contratto part-time di 30 ore settimanali per poco più di 1000 euro netti al mese. Questo è il quadro di una cassiera di un supermercato Esselunga di Milano che maltrattata e umiliata, ha resistito anche se malata, alle continue vessazioni. Poi, quando è stata aggredita fisicamente, non ce l’ha fatta più e ha deciso di reagire e denunciando tutto alla polizia.

Le capita di stare male, ma non le è consentito di andare in bagno. Un giorno le è capitato anche di urinarsi addosso perché non le era stata data la possibilità di andare in bagno e nemmeno per potersi cambiare fino alla fine del turno. Finito il lavoro “umiliata e piangente” si è recata in ospedale dove le è stata diagnosticata una cistite emorragica: 15 giorni di malattia la prognosi.

Ma qualche giorno fa un episodio ancora più grave: un’aggressione nello spogliatoio del negozio da parte di una persona non ancora identificata. Dopo le 16.30 la cassiera scende le scale per cambiarsi e uno sconosciuto le copre gli occhi con una banda, le blocca le mani, le infila in bocca un panno e le sbatte la testa contro i muri del bagno. Poi urlandole “piscia” e altre parole ostili preme il tasto dello sciacquone. “Quando mi ha messo la testa nel water”, ha detto la vittima, “ho visto i miei figli che mi salutavano per l’ultima volta e mi sono raccomandata a Dio”.

Lei sviene e il direttore la aiuta, accompagnandola in ospedale. La lavoratrice ha sporto denuncia alla polizia: “Voglio sapere chi è stato a picchiarmi e perché”. E soprattutto riferendosi alla sua denuncia di mobbing dice “di voler lottare ora perché nessuno sia sottoposto alle stesse umiliazioni che ho subito io”. 

Purtroppo invece umiliazioni e vessazioni sono all’ordine del giorno. Difficile è sempre raccogliere prove che attestino questi episodi. In molti casi i dipendenti si sono rivelati astuti filmando con microcamere gli episodi di mobbing a loro carico. Queste immagini si sono spesso rivelate la chiave di volta per risolvere la loro malaugurata situazione. Infatti, in altri casi, in assenza di prove, i tribunali non hanno potuto dare pareri favorevoli alle denunce del caso. Penne, orologi da polso, bottoni, cravatte possono nascondere piccolissime telecamere che consentono di riprendere umiliazioni e minacce e di risolvere casi che possono, a lungo andare, provocare stress, insonnia e disturbi psichici da non sottovalutare.

La donna capo crea frustrazioni

febbraio 6, 2013 Mobbing Nessun Commento

Chi non ricorda la perfida Miranda del film “Il diavolo veste Prada”? Perfida, ricca, senza scrupoli. Sembra questo il quadro perfetto della donna manager divisa tra carriera e famiglia e sempre più spesso sola.

Avere un responsabile del sesso femminile porta ancora scompiglio. Per gli uomini pare sia addirittura frustrante ricevere ordini da una donna. La conferma è giunta da un recente studio canadese: il sesso del capo influenza la vita dei dipendenti, a lavoro e non solo. Secondo la ricerca dell’università di Toronto, il sesso delle persone che gestiscono il lavoro ha conseguenze sulla salute fisica e mentale dei dipendenti.

Nell’ambito della ricerca, per ogni dipendente sono stati esaminati lo stress psicologico, i sintomi fisici, il tipo di occupazione e una serie di condizioni lavorative, come per esempio il livello di soddisfazione dietro la scrivania, il rapporto con l’autorità, le pressioni ricevute e la qualità delle relazioni interpersonali. I lavoratori sono poi stati divisi in gruppi, a seconda che a gestirli fossero due persone di sesso opposto, un supervisore dello stesso sesso o uno di sesso diverso.
Ne è risultato che le dipendenti se la passano peggio con un capo dello stesso sesso, quindi donna. E non soltanto in ufficio, perché potrebbero talvolta pagarne le conseguenze anche per quanto riguarda la salute psicofisica. Va molto meglio invece se a dare ordini lavorativi è un uomo o al massimo una coppia di manager uomo e donna. Esaminando le caratteristiche è emerso che il capo ideale avrebbe un mix di doti femminile e maschili. Fatto sta che nei ruoli che contano, siano essi politici, aziendali o pubblici, le donne sono ancora veramente poche.

Aldilà di quelle che possono essere le implicazioni che le differenti culture portano sul piano lavorativo, riportiamo la storia di “Sabrina” (nome di fantasia) che ha dovuto sottostare al suo capo “tiranno” per circa nove mesi per mancanza di prove. La malcapitata lavorava in una grande impresa di telefonia del nord Italia da circa tre anni quando l’azienda fu assorbita da imprenditori esteri. Il primo impatto con le nuove decisioni aziendali fu piuttosto buono: maggiore rigore, inquadramenti contrattuali validi, aria di novità. I problemi cominciarono dopo pochissimo tempo: Sabrina, da 18 mesi responsabile dell’area marketing, fu sostituita da una nuova arrivata senza troppe spiegazioni. A lei sarebbe toccata l’area telemarketing senza responsabilità particolari. Il demansionamento fu seguito da una lunga serie di critiche e pressioni sul suo rendimento che sfociavano anche in discussioni a voce alta con la responsabile del settore. Scene quotidiane che però non potevano trovare fondamento legale per mancanza di prove. Dunque la ragazza si fece coraggio e registrò con un potente microregistratore le continue angherie dopo di che portò le registrazioni dal suo avvocato.
Ad oggi Sabrina ha un nuovo lavoro, ma l’azienda in cui lavorava ha dovuto risarcire i danni morali a lei arrecati.

300mila euro: il risarcimento per mobbing più alto della storia

dicembre 14, 2012 Mobbing 2 Commenti

Le cause per mobbing in Italia sono all’ordine del giorno: “padroni” prepotenti, giovani non in grado di difendersi, minacce, violenze. Nonostante sia passato del tempo, il risarcimento per mobbing più alto della storia italiana resta quello attribuito ad una giornalista di un settimanale del gruppo Mondadori che ha fatto causa alla nota azienda sostenendo di esser stata perseguitata e discriminata senza motivo dai suoi capi. Dopo le indagini del caso, il tribunale di Milano ha ordinato il reintegro della dipendente nelle mansioni e ha cancellato i provvedimenti disciplinari assunti a suo carico. E, fatto del tutto inaspettato, ha condannato la Mondadori a versarle un risarcimento da ben trecentomila euro. Non sono stati noti i motivi particolari di tale disposizione, fatto sta che è stata dichiarata come «accertata l’illegittimità della dequalificazione professionale subita dalla ricorrente». Nonostante la vittoria in tribunale, la giornalista non ha voluto divulgare la notizia e la propria identità, dicendo semplicemente di esser stata «devastata» da questa storia. La relazione degli inquirenti parla di inchieste mai pubblicate, di incarichi sempre più ridotti e anche di colleghi sempre preferiti a lei.

La carriera della scrittrice parla di successo; una professionista dal 1980, passata dai quotidiani locali ai grandi titoli del gruppo Mondadori: “Sorrisi e canzoni Tv”, “Noi” e come inviata speciale in Italia e all’estero. Nel 2005, nel passaggio ad un nuovo rotocalco di evasione sono cominciati i problemi per la giornalista. E’ stata privata del ruolo di inviata e a lei sono stati relegati servizi di scarsa importanza. 122 articoli in sette anni, in media uno al mese e di poche righe, una miseria per una professionista del suo calibro. Anche dopo la scesa in campo dell’Ordine dei giornalisti, il comportamento della redazione non è cambiato. La rottura definitiva è avvenuta quando la donna si è rifiutata di scrivere due articoli sfacciatamente pubblicitari e l’azienda ha messo in atto provvedimenti disciplinari a suo carico.

Questo tipo di situazioni sono comuni a numerose redazioni in Italia e con poche modifiche, sono aderenti anche alla realtà di ogni azienda di qualsiasi dimensione e di tutti i settori produttivi. In molti casi i dipendenti si sono rivelati astuti filmando con microcamere gli episodi di mobbing a loro carico. Queste immagini si sono spesso rivelate la chiave di volta per risolvere la loro malaugurata situazione. Infatti, in altri casi, in assenza di prove, i tribunali non hanno potuto dare pareri favorevoli alle denunce del caso. Penne, orologi da polso, bottoni, cravatte possono nascondere piccolissime telecamere allo scopo di riprendere vessazioni e minacce e risolvere casi che possono, a lungo andare, provocare stress, insonnia e disturbi psichici da non sottovalutare.

Mobbing: riconoscerlo e difendersi

ottobre 2, 2012 Mobbing Nessun Commento

Nonostante se ne parli ancora poco, il mobbing è un fenomeno sempre più diffuso.

Generalmente con il termine “mobbing” si fa riferimento all’accanimento di un singolo o di un gruppo contro una persona all’interno dell’ambiente di lavoro.

Il termine, prende spunto dal mondo animale per descrivere un particolare comportamento di alcune specie che circondano un proprio simile e lo assalgono in gruppo al fine di allontanarlo dal branco.

Il fenomeno può essere di diversi tipi e presentare caratteristiche diverse:

  • orizzontale se avviene tra pari grado, cioè persone nella stessa posizione lavorativa;
  • verticale: quando è attuato da un superiore nei confronti di un dipendente o viceversa;
  • collettivo: ritenuto una vera e propria strategia aziendale che mira a ridurre o razionalizzare gli organici e rivolto non al singolo, ma a gruppi di persone;
  • doppio mobbing: nel momento in cui la situazione del mobbizzato va a ledere anche la sua famiglia e le persone che ha attorno. Le sue problematiche col tempo potrebbero portare ad un ulteriore isolamento dell’individuo;
  • esterno: la vittima è il datore di lavoro che subisce pressioni attuate sotto forma di minacce, sia da parte di organizzazioni sindacali che da dipendenti.

Non è sempre facile delineare una situazione di mobbing in quanto questa spesso comincia con semplici “anomalie” dinamico-relazionali tra la vittima e i colleghi o il superiore. Tali screzi ben presto si trasformano in critiche e rimproveri. Il comportamento mobbizzante si fa manifesto col tempo attraverso incalzanti e reiterati attacchi nei confronti della vittima al fine di screditarne la reputazione, isolarla dal contesto lavorativo, dequalificarla professionalmente e, attraverso continue critiche e richiami, demotivarla psicologicamente. Solo a questo punto la vittima potrebbe arrivare a denunciare le vessazioni. Al vertice delle azioni mobbizzanti si ha l’allontanamento della vittima che spesso lo porta ad un completo isolamento e a rischio depressione. In via alternativa, il lavoratore, stremato, non riuscendo a trovare una soluzione al problema, sceglie la strada delle dimissioni volontarie.

Accade di frequente che risulta difficile dimostrare queste azioni intimidatorie. Sempre più spesso si ricorre a microspie come il bottone spia, la microcamera installata nella cintura o gli occhiali con microcamera incorporata.

I casi di mobbing sono in continuo aumento: in Europa tale fenomeno sta assumendo dimensioni sociali di notevole rilievo. In Italia circa il 6% della popolazione attiva (approssimativamente un milione e mezzo di lavoratori) ne sarebbe vittima con conseguenze negative che ricadono non solo sull’individuo colpito, ma anche sul suo nucleo familiare e sulle aziende per le quali questi fenomeni comportano un aumento dei costi che ricadono sulla collettività sotto forma di incremento dei costi sanitari e previdenziali.

In alcuni paesi europei come Svezia, Norvegia e Germania, il fenomeno è stato da tempo regolamentato.

In Italia, nella Costituzione (artt. 2-3-4-32-35-36-41-42) è ravvisabile trovare tutela della persona in tutte le sue fasi esistenziali e quindi anche nell’ambito lavorativo. Inoltre, diversi comportamenti che caratterizzano il mobbing trovano una precisa connotazione in numerosi articoli del codice penale. Insomma difendersi, si può.

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