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Frodi aziendali in crescita. Come correre ai ripari

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Dall’ultimo Global Fraud Report 2015 stilato dalla società di risk consulting Kroll, in collaborazione con l’Economist Intelligence Unit, emerge che l’81% dei casi di frodi aziendali hanno avuto come principale responsabile un dipendente o un dirigente dell’impresa. Si è calcolato, inoltre, che nel 2014 questo tipo di reati avrebbe interessato ben il 75% delle aziende internazionali, vale a dire tre imprese su quattro.

Dall’intervista fatta a 768  imprenditori provenienti da ogni parte del mondo è saltato fuori che il 36% di questi hanno subito una frode da parte dei propri manager o direttori di reparto, il 45% da dipendenti, e infine il  23% da intermediari esterni. Inoltre gli stessi intervistati avrebbero altresì subito, nell’ultimo anno,  un massiccio furto di dati e altrettanti attacchi informatici, per lo più compiuti da dipendenti (45%) o da venditori-fornitori (29%). Solo il 2% degli intervistati ha ammesso, invece, di essere stata presa di mira da hacker professionisti. In entrambi i casi, le principali cause sarebbero state l’alto tasso di ricambio dei lavoratori e l’esternalizzazione dei servizi aziendali.

Insomma, la situazione delle frodi in ambito aziendale sembrerebbe ovunque essere pandemica. Tuttavia la cosa lascia anche un po’ perplessi, giacché ci si dimentica spesso che per arginare questo tipo di reati basterebbe dotarsi di dispositivi elettronici audio e video adatti allo scopo. Come le telecamere wireless, ad esempio, o i sistemi di trasmissione audio video a distanza. Viste le circostanze, forse la domanda da porre in questi casi sarebbe dovuta essere: quanto tieni realmente alla sicurezza della tua azienda e ai tuoi soldi?

Pista interna per la microspia nella poltrona del presidente della Regione Lazio

Chi ha installato la microspia nello schienale della poltrona della sala riunioni della Regione Lazio? Se lo chiedono da giorni gli uomini del Nucleo Operativo di Roma. L’apparecchiatura atta alle intercettazioni ambientali è stata trovata grazie ad un rilevatore utilizzato nel corso di una bonifica degli ambienti. Era posizionata nella poltrona in uso al presidente Nicola Zingaretti. Lo stesso ha dichiarato: «Nel corso di una periodica verifica delle difese fisiche ed elettroniche a tutela della privacy e della sicurezza degli uffici della Presidenza, è stato rinvenuto dentro una poltrona della sala riunioni un complesso apparato elettronico idoneo all’ascolto e alla registrazione ed atto alla trasmissione all’esterno». L’apparecchiatura non è in uso agli organi di polizia giudiziaria, semplicemente perché priva del numero di matricola, dunque non si tratterebbe di intercettazioni non autorizzate.

Una cosa pare certa: la spia conosce bene le stanze del potere. Per almeno due motivi: prima di tutto, l’oggetto è stato sistemato nell’imbottitura di una poltrona prima sventrata e poi rimessa a nuovo da un “tecnico”, un tappezziere probabilmente. Dunque o la poltrona è stata prelevata e rimessa al suo posto, oppure il lavoro è stato eseguito da qualcuno che conosceva i momenti di tranquillità assoluta. Inoltre l’apparecchio andava acceso volta per volta, premendo un pulsante nel bracciolo della poltrona. Quindi era gestita da qualcuno che entrava ed usciva liberamente dalla sala.

Così il cerchio comincia a stringersi. Un dipendente infedele, un addetto delle pulizie venduto ai concorrenti, un potente invidioso dei colleghi. Tutti potrebbero essere valide opzioni al vaglio degli inquirenti. Dunque, come spesso avviene in aziende pubbliche e private, si tratterebbe di un tradimento. Questa volta clamorosamente scoperto grazie alla periodica bonifica ambientale.

La cimice, un modello di alcuni anni fa, non era di tipo professionale. Era interamente nascosta nell’imbottitura della poltrona, ma un filo sottile fuoriusciva da un piccolo buco al lato dello schienale. Questo filo nero era stato incastrato fra il cuscino della seduta e il bracciolo, praticamente invisibile. All’estremità esterna c’era un minuscolo microfono con un pulsante altrettanto piccolo, per accendere e spegnere l’apparecchio.
Quando la cimice è stata trovata il pulsante dell’accensione non era attivo, dunque o lo spione non l’aveva ancora accesa, oppure la microspia era stata spenta dopo una registrazione. Non è chiaro dunque cosa volesse captare. I carabinieri hanno sequestrato le immagini girate dalle telecamere interne agli uffici della Presidenza regionale e saranno sentite le guardie giurate.

Questa spy story di interesse nazionale mette in evidenza l’importanza di periodici controlli in ambito pubblico così come privato. A questi controlli, condotti attraverso rilevatori di microspie professionali, va sicuramente aggiunto un sistema di videosorveglianza integrato. Come in questo caso, una volta rilevata la presenza di una microspia si potrà procedere all’individuazione del colpevole attraverso le immagini riprese dalle telecamere.

Furto di merce in azienda: le telecamere smascherano gli insospettabili

A dare l’allarme che nel magazzino c’era una falla è stato il commercialista. «Cosa crede di fare? Qui c’è un sacco di vendita in nero» ha rimproverato il cliente. L’imprenditore, un 43enne con una prospera attività di commercio nel settore alimentare, non credeva alle sue orecchie: «Ma io non ha mai venduto in nero». Nessun dubbio, a quel punto, sul motivo delle incongruenze nei libri contabili: qualcuno rubava nei magazzini.

Un dipendente infedele? Come scoprirlo? Dopo giorni di ansie e preoccupazioni e notti insonni, l’imprenditore ha cercato su internet. Ha trovato un’azienda italiana, leader nel settore della sicurezza e della sorveglianza e si è rivolta a questa. Dopo un’attenta consulenza, ha piazzato quattro telecamere nascoste in punti strategici dell’azienda e ha atteso. Cosa ha scoperto? Che i ladri in azienda erano due e tra l’altro insospettabili: uno spedizioniere e un’impiegata. Licenziati, o meglio costretti a dimettersi, non sono stati denunciati per furto ma è stato chiesto loro, attraverso il tribunale civile, di restituire l’ammontare della refurtiva, circa 60mila euro.

Ma vediamo come hanno agito. L’addetto alle consegne era un uomo di trentasette anni che si occupava di caricare i camion e portare a destinazione la merce. Frodava l’azienda truccando le spedizioni. Sul registro elettronico contabilizzava, ad esempio, dieci bottiglie in partenza, in realtà ne caricava sul camion venti. Le dieci bottiglie registrate venivano vendute regolarmente al destinatario, le dieci eccedenti ceduti sottoprezzo in nero. Così l’azienda subiva un doppio danno: spariva della merce e diminuiva il giro d’affari dato che alcuni clienti compravano più merce rubata che regolare, risparmiando e riempiendo le tasche dello spedizioniere. Il giochetto sarebbe andato avanti per almeno sei mesi nel corso dei quali il dipendente avrebbe incassato almeno 25mila euro. Ma la sua attività di furto nei confronti dell’azienda non si limitava a questo, perché oltre alla merce rubata per la vendita c’era quella sottratta per il proprio consumo: il dipendente faceva spesa per sé e per la famiglia, gratuitamente, nel magazzino aziendale. Le prove raccolte sono rimaste nelle registrazioni delle telecamere nascoste piazzate nei locali dell’azienda. L’occhio elettronico avrebbe ripreso anche la spesa clandestina di un’altra insospettabile dipendente, una fidata 43enne che, secondo le accuse, avrebbe fatto sparire merce per anni.

I due dipendenti, dopo esser stati scoperti, si sono comportati in modo diverso. Lui, dopo aver ammesso tutto, ha restituito i 25mila euro stabiliti dal decreto ingiuntivo del giudice civile. Lei invece, che secondo il tribunale deve all’azienda 35mila euro, avrebbe tentato (invano) di fare opposizione.

Rubare un file da un pc non è reato

Il caso ha preso avvio a seguito di una denuncia contro un impiegato da parte di una società genovese. Il dipendente era accusato di essersi introdotto abusivamente nel sistema informatico aziendale al fine di duplicare dei dati e trasmetterli ai concorrenti. La sentenza n. 44840 della Corte di Cassazione ha lasciato tutti senza parole: “Deve ritenersi la insussistenza del contestato reato di furto, condividendo il Collegio il principio già espresso da questa Corte secondo cui è da escludere la configurabilità del reato di furto nel caso di semplice copiatura non autorizzata di “files” contenuti in un supporto informatico altrui, non comportando tale attività la perdita del possesso della “res” da parte del legittimo detentore […] i dati e le informazioni non sono compresi nel concetto, pur ampio, di “cosa mobile” […] la sottrazione di dati quando non si estenda ai supporti materiali su cui i dati sono impressi altro non è che una “presa di conoscenza” di notizie, ossia un fatto intellettivo, rientrante, se del caso, nella violazione dei segreti“.

Giudizio che lascia ben poco all’interpretazione, tenuto presente che i danni che la fuoriuscita di dati aziendali potrebbe arrecare sono davvero ingenti. Basti pensare alla trasmissione ai concorrenti di password, documenti, progetti e dati dei clienti, questo potrebbe voler dire la fine di un’azienda. D’altro canto il dipendente infedele potrebbe avere alti interessi economici e di potere nel filtrare informazioni riservate.

E’ bene tener anche presente che i file trasferiti attraverso server (le email, ad esempio) sono completamente leggibili ed intercettabili; stessa cosa è valida per le archiviazioni online, facilmente acquisibili da malintenzionati.

A questo proposito si stanno sviluppando sempre più velocemente dei sistemi di salvataggio e criptaggio dei dati che, attraverso algoritmi di cifratura, rendono i vostri file sicuri, protetti ed inespugnabili. Inoltre consentono di distruggere automaticamente le informazioni contenute al loro interno qualora questi capitino nelle mani sbagliate. Perché rischiare di perdere tutto in pochi istanti? La soluzione c’è.

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