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L’anello debole dell’azienda: i dipendenti infedeli

E’ uno dei pericoli più grandi all’interno delle aziende di grandi o piccole dimensioni che siano. I dipendenti fedeli, disciplinati ed educati, ma che dinanzi ad una bella somma di soldi o ad una posizione prestigiosa possono vendere informazioni e dati riservati.

Secondo una recente ricerca, dietro la scrivania dell’ufficio, 3 su 5 fanno shopping online o vanno sul sito della loro banca, mentre la metà “frequenta” i social network. Un comportamento a rischio, così le aziende diventano vulnerabili per quello che riguarda la sicurezza online. I “carnefici” in Italia sarebbero i dipendenti più fedeli, i passivi e i “cinici annoiati” il vero anello debole della catena di sicurezza informatica.

Su mille intervistati, 640 sono convinti che sia l’azienda ad averli “vaccinati” da bachi e altri pericoli web. Uno su tre pensa addirittura che sicurezza equivalga a meno innovazione. Il risultato? Molti naviganti senza protezione, e una barca aziendale a rischio. Eppure basterebbe l’implementazione di piccoli sistemi di controllo per computer che in maniera invisibile proteggono le imprese dai malintenzionati sotto copertura.

Perché spesso sono le aziende a proteggere i dipendenti da ogni rischio, ma non il contrario.

Bullismo “rosa”, la soluzione dei genitori di Giulia

maggio 2, 2014 Bullismo Nessun Commento

Che siano vittime o carnefici poco importa. I genitori devono saperlo. Hanno il dovere, oltre che il diritto, di informarsi. Secondo un’indagine della Società Italiana di Pediatria, il 46% dei ragazzini ha assistito a episodi di bullismo, e più di uno su tre, il 34%, li ha subiti direttamente o attraverso un amico vittima. La novità emergente è il bullismo femminile. Il bullismo “rosa” è meno diretto, predilige comportamenti subdoli, sottili, anche più taglienti: insinuazioni, pettegolezzi, derisione pubblica, messaggini provocatori. Le vittime sulle quali accanirsi sono altre bambine o ragazzine, con “qualcosa in meno” agli occhi della prevaricatrice e della sua corte. Si tratta di un comportamento persecutorio poco evidente che solitamente dura a lungo prima di essere scoperto. Non a caso il cyberbullismo che si sta diffondendo sul web (persecuzione della vittima attraverso il suo profilo su un social network, diffusione di immagini denigratorie o intime rubate…), interessa doppiamente le ragazze rispetto ai loro coetanei, sia come vittime che come autrici. Non mancano ultimamente anche ragazze che agiscono con l’aggressività fisica diretta, come è apparso più volte in tv.

I segnali che portano al sospetto che il proprio figlio sia vittima di bullismo sono ormai conosciuti: isolamento, apatia, rabbia, depressione. Ma questi elementi possono realmente fornirci delle risposte? Non sono di questo avviso i genitori di Giulia, ragazzina di 13 anni, sgomenti dinanzi alla convocazione della preside della scuola perché la figlia avrebbe guidato maltrattamenti ripetuti nei confronti di una compagna di classe, Aurora, “colpevole” di aver chiesto di entrare a far parte del club di amiche, capeggiato da Giulia, che ha messo in atto “prove di iniziazione” per Aurora: usarla come schiavetta, costringerla a mangiare caramelle già leccate, farle fare i compiti al loro posto, forzarla a dire bugie agli insegnanti e ai genitori…Aurora non ce l’ha fatta e ha confessato tutto alla maestra ed è cominciata un’altra storia che investe le famiglie e la scuola. Oltre allo stupore ed all’incapacità di ideare punizioni esemplari, i genitori di Giulia hanno deciso di non lasciare più via di scampo alla piccola bulla. Hanno installato un software spia sul suo cellulare con cui possono controllare tutto ciò che fa la ragazzina: da telefonare ed sms, ad ascolto ambientale e monitoraggio della posizione real time. Inoltre hanno messo sotto controllo anche i suoi movimenti online attraverso strumenti di monitoraggio del pc a distanza.

Questi imprescindibili accorgimenti si affiancano al dialogo e alla ricerca di un rapporto intimo con i ragazzi, molto spesso difficile in età adolescenziale. Gli interventi sono necessari sia per le vittime che per le carnefici che rischiano di vedersi attribuire un’etichetta sociale oltre che a degenerare nel tempo. Ma sono ancora più necessari in un’ottica di prevenzione e di protezione dei propri figli.

Allarme diffusione in rete di foto dei teenager. Finiscono in siti pedo-pornografici

dicembre 27, 2013 Bullismo Nessun Commento

Abbiamo più volte sottolineato quanto possa essere importante il controllo dei genitori sul pc utilizzato dai propri figli e le notizie di ogni giorno ce ne danno ampia conferma. Tutto inizia per gioco: una foto di se stessi maliziosa mandata ad una persona della quale ci si fida, che si conosce bene o per la quale magari si è persa la testa. Da lì quell’autoscatto intraprende un percorso che il teenager non riesce neppure ad immaginare, e non di rado rischia di giungere a destinazioni virtuali pericolose che abusano dei minori. I giovani utenti non hanno sufficiente consapevolezza della rete e dei suoi rischi. I dati del mondo pedo-pornografico virtuale sono allarmanti. Ecco perché fare sexting può essere molto pericoloso.

Di solito i messaggi seguono questo iter: la ragazzina li invia corredati di foto ammiccanti o semplicemente maliziose. Il ragazzino li riceve sul telefonino e li inoltra a sua volta ad un compagno, oppure quest’ultimo glieli sottrae a sua insaputa, oppure ancora, una volta finita la relazione, l’ex-fidanzatino li diffonde di proposito sui social network. Già a quel punto il cammino di quell’istantanea è a rischio e il protagonista o la protagonista della foto non sarà più in grado di gestirla. Risucchiata dalla rete, l’istantanea diventa virale, si divulga con la velocità di un virus e soprattutto rischia di essere notata da chi della pedo-pornografia fa un vero e proprio business.

L’Internet Watch Foundation, charity britannica esperta in tracciabilità e rintracciabilità di contenuti pedo-pornografici, ha dichiarato che questa modalità di diffusione degli autoscatti degli adolescenti è consueta. L’organizzazione ha provato a contare quante sono le istantanee osé scattate e diffuse quasi per gioco che vengono raccolte dai siti hard, concludendo che i numeri sono esorbitanti e che la stragrande maggioranza di foto e video hard generati dagli stessi giovanissimi vengono prelevati dalla collocazione originaria per essere pubblicati su siti per adulti. Anche gli scatti innocenti costituiscono ormai la fonte principale di approvvigionamento dei siti per adulti, con un danno psicologico, sociale ed emotivo incalcolabile per i giovanissimi. Ma i ragazzi non ne sono consapevoli, non pienamente quantomeno.

Inutile dire agli adolescenti che sarebbe meglio non diffondere foto di se stessi in rete: già nella prima condivisione si perde il controllo dell’immagine. Nel caso in cui però si sia sbagliato e si voglia arrestare il cammino di quell’autoscatto è possibile rivolgersi alla polizia postale, che si occupa di controllare tutto ciò che viene diffuso in rete.  Ma non sempre è sufficiente togliere una foto dai siti parassiti ed è giusto sapere che, una volta postato sul web, un contenuto potrebbe anche risiedervi per sempre. Senza alcun diritto all’oblio. L’unica soluzione potrebbe essere controllare in tempo reale a distanza ciò che i ragazzini compiono al pc. Utilizzando piccolissimi strumenti di monitoraggio, invisibili all’utente e quindi non limitanti per chi utilizza il computer, è possibile controllare ciò che viene digitato o sta per essere postato e condiviso prima che sia troppo tardi.

Martina: storia di cyberbullismo

ottobre 14, 2013 Bullismo Nessun Commento

La mamma di Martina aveva provato a toglierle il cellulare. Le aveva fatto anche chiudere il profilo Facebook e le aveva cambiato scuola. Aveva capito che c’era qualcosa che non andava. Ma non aveva idea che sua figlia, un ragazzina di 12 anni, fosse diventata il bersaglio di un gruppo di cyberbulli. Non poteva immaginare che tutti i giorni sul suo computer arrivassero messaggi terribili, che il più gentile fosse «Devi morire, fai schifo».

Così, quando Martina ha deciso di non uscire più di casa e non aprire più bocca, i suoi genitori non sapevano più cosa fare. Navigando su internet e leggendo il commento di altre persone a proposito di storie simili, hanno capito che potesse trattarsi di cyberbullismo. Hanno cercato una soluzione. L’hanno trovata rispondendo alla tecnologia con la tecnologia. Si sono rivolti ad Endoacustica Europe, azienda specializzata nel settore della sicurezza e della sorveglianza, e hanno acquistato dei piccolissimi strumenti che, collegati al pc, gli hanno permesso di scoprire tutto ciò che accadeva, password, testi digitati, chat…Ciò che i genitori di Martina scoprirono con orrore furono ricatti, molestie,  foto rubate e poi rese pubbliche, insulti  e hatespeech, messaggi anonimi che nessuno può rintracciare.

Questi fenomeni fino a oggi hanno riguardato per lo più Stati Uniti e Gran Bretagna. Ma succede anche qui in Italia. Qualche giorno fa un gruppo di ragazzi a Bologna ha usato il social network Ask.fm, per organizzare una mega rissa ai giardini Margherita. Attraverso lo stesso social, Hannah, un’adolescente del Leicestershire, riceveva ogni giorno centinaia di messaggi in cui veniva invitata a suicidarsi. Hannah si è impiccata in bagno, mentre i genitori erano giù in salotto. Si era iscritta ad Ask.fm perché voleva essere popolare. Poi aver detto di no a un ragazzo e i troll, i provocatori della rete, si sono scatenati. «Perché non bevi della candeggina così muori?», le hanno scritto. E per Hannah non erano solo parole.

A poco sembrano servire anche i tasti per la segnalazione di abusi, introdotti da Ask.fm e da Twitter dopo le polemiche sui giornali. E a nulla servono le petizioni, come quella portata avanti dal padre di Hannah che ha chiesto la chiusura di Ask.fm. Se lo chiudi, domani ne nasce un altro. E non si può nemmeno pretendere di delegare la sicurezza degli adolescenti alle policy di iscrizione. Allora ai genitori non resta che una strada. Stare attenti. Controllare ciò che avviene quando i ragazzi sono al pc o utilizzano smartphone e altri dispositivi. Dispositivi per accrescere la sicurezza dei propri figli esistono e sono anche molto affidabili.

Tredicenne pestata fuori dalla scuola per aver rubato il fidanzato ad una coetanea

luglio 9, 2013 Bullismo Nessun Commento

C’è chi sostiene che gli adolescenti vadano lasciati in totale libertà di pensiero e di azione, altri esaltano serrati controlli. Come spesso avviene la verità sembra risiedere nel mezzo. Se è vero che la creazione di una propria identità richieda autonomia, è vero anche che “qualche dritta” non faccia male.

Negli ultimi anni, buona parte delle relazioni tra ragazzini passa attraverso internet e social network, per questo è necessario tenere sotto controllo l’uso che questi fanno del pc. Sarebbe ottimale monitorare i comportamenti dei propri figli “a distanza” e cioè conoscere ciò che loro fanno e con chi interagiscono senza che gli stessi ne siano a conoscenza, lasciandoli così liberi di esprimersi, ma lontani dai pericoli. Strumenti molto utilizzati sono i key logger e i key hunter, piccolissimi dispositivi di casa Endoacustica, che permettono di conoscere ogni particolare digitato sulla tastiera del computer.

Con l’utilizzo di questo tipo di strumenti, molti “incidenti” sarebbero stati evitati. E’ di poche settimane fa la notizia di una ragazzina picchiata violentemente fuori dalla scuola per aver “rubato il fidanzato” ad una coetanea. L’episodio si è verificato nei pressi di una scuola media del Pisano e non era del tutto inaspettato dalla vittima. Mesi e mesi di minacce e vessazioni tramite Facebook hanno condotto al pestaggio dell’adolescente.

Prima dell’aggressione tre ragazzine, due tredicenni e una quindicenne, hanno strappato di mano il telefono cellulare alla vittima con il quale hanno inviato un sms a sua madre per dirle di non andarla a prendere. Poi, la tredicenne è stata trascinata in un parcheggio vicino, scaraventata a terra e presa a calci e pugni. A salvarla, il padre di un altro alunno intervenuto per mettere fine al pestaggio. La ragazzina è finita al pronto soccorso e i genitori hanno sporto denuncia: «In ospedale – ha raccontato la mamma – mi hanno perfino detto di non farlo per non rischiare ulteriori ritorsioni contro di lei, ma ora voglio giustizia. Anche dalla scuola».
Probabilmente agire preventivamente è la migliore forma di giustizia che si può attendere.

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