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Il capo la molesta, lei non può ottenere giustizia perché è una stagista

gennaio 23, 2014 Mobbing Nessun Commento

In tempi di carenza di lavoro, non sono rari gli imprenditori che approfittano della tragica situazione di molti giovani sottopagandoli o facendoli lavorare “a nero”, senza contratto e senza alcuni diritto. Questa condizione amareggia i dipendenti e soprattutto li rende più permissivi e succubi di fronte a comportamenti scortesi ed anche illeciti che molto spesso sfiorano il mobbing vero e proprio.

Non crediamo al sogno americano dove tutto luccica e gli stipendi sono reali. A New York, ad esempio, essere uno stagista non comporta solo la difficoltà di lavorare per un compenso molto limitato, o spesso addirittura nullo: i giovani lavoratori senza un contratto non sono neppure protetti contro gli abusi sul lavoro. Un giudice di Manhattan – come ha riportato Bloomberg Businessweek – ha infatti stabilito che Lihuan Wang, 26 anni, ex stagista nell’ufficio di Phoenix Satellite Television, non può citare in giudizio il suo capo per molestie sessuali perché non è una dipendente regolarmente assunta dall’azienda.

La ragazza, originaria della Cina, ha iniziato un periodo di stage presso l’ufficio di New York nel 2010, quando aveva 22 anni, e sostiene che il suo supervisore l’ha più volte molestata toccandole il fondoschiena e tentando di baciarla. Ma la legge recita: «La tutela dei lavoratori non si estende agli stagisti non retribuiti. Questi ultimi non sono coperti dalla legge sui diritti umani della città».

Questo tipo di atteggiamenti purtroppo sono frequenti e non hanno limiti geografici. In tal senso possiamo fare riferimento alla difesa personale, unico strumento di cui ci si può servire in caso di mobbing, almeno per raccogliere le prove che consentono di denunciare gli aggressori. Infatti i casi di abusi molto spesso hanno richiesto delle prove che determinino il perpetrarsi degli atteggiamenti denunciati. Dunque l’impiego di microspie o microcamere nascoste sono di estrema importanza per tutelarsi ed ottenere giustizia. Una penna, un mouse, un libro e tanti altri oggetti normalmente presenti in un ufficio, ben si adattano a diventare dei buoni alleati per immortalare ingiustizie e molestie.

Regole alla base della sicurezza aziendale

Secondo un’indagine realizzata dall’ACFE – Associazione Americana di Analisti delle Frodi – le aziende perdono ogni anno almeno il 5% dei propri profitti a causa di furti e di altri reati ad opera dei dipendenti. Il danno potenziale è stato stimato, a livello globale, in tre miliardi di dollari. Le frodi da parte dei dipendenti colpiscono tutte le realtà aziendali, piccole, medie e grandi. Si manifestano, ovviamente, con cause, modalità e impatto molto diversi, ma hanno un denominatore comune: da un lato, la mancanza di conoscenza dei rischi e delle vulnerabilità interne e, dall’altro, l’incapacità di prevenire e gestire l’infedeltà dei propri collaboratori. Si tratta di una problematica complessa e di un fenomeno in continua evoluzione.

Gli studi, portati avanti anche in un’ottica criminologa, sono ancora limitati e spesso relativi solo ad alcuni contesti, ma lo scenario che evidenziano è piuttosto chiaro: le aziende sopportano rischi economici, diretti e indiretti, causati dai propri dipendenti, a tutti i livelli della scala gerarchica. Di contro, spesso sono le aziende stesse a fornire le opportunità per la realizzazione di abusi e violazioni.

In media, le imprese impiegano circa 18 mesi per intercettare le frodi e più si allungano i tempi di detection, maggiori sono il danno e l’impatto sul contesto aziendale. Attualmente, la maniera più diffusa per venire a conoscenza dell’esistenza di un abuso interno è la “soffiata”. Cioè un altro dipendente che fa da “spia” circa un illecito. Nel 30% dei casi, i responsabili/manager dormono sogni tranquilli svolgendo costanti attività di monitoraggio attraverso strumenti ad hoc. Infatti, quasi sempre, la causa di tali avvenimenti è da ricercarsi nella totale assenza delle politiche antifrode e, nei rari casi in cui queste sono presenti, nella loro inadeguatezza o inefficacia. Solo chi si affida a professionisti nel settore della sicurezza e della sorveglianza è in grado realmente di prevenire frodi di ogni genere.

A prescindere dai numeri, ciò che interessa sottolineare è la rassegnazione che le aziende sembrano avere nei confronti del rischio di frode; in altre parole, le imprese cercano di nascondere la propria incapacità di limitare l’infedeltà dei dipendenti dietro la una specie di tacita tolleranza. Peccato che questa soglia si sposti sempre più in avanti, anno dopo anno, e che oltre questa soglia non via sia quasi mai un piano efficace ed efficiente di contrasto alle frodi. Costruire e, soprattutto, implementare, una strategia antifrode, in ambito aziendale, non è difficile e, comunque, non se ne può fare a meno.

Palpeggiamenti durante il colloquio di lavoro

luglio 18, 2013 Mobbing Nessun Commento

Quando è tornata a casa, è scoppiata in un pianto ininterrotto. E tra le lacrime ha raccontato quello che poco prima le era successo: durante il colloquio a cui si era presentata per un posto da segretaria, il titolare le aveva messo le mani addosso, palpeggiandola e facendole esplicite proposte di natura sessuale in cambio del lavoro. La mamma della ragazza, appena ventenne, ha preso il cellulare e ha chiamato immediatamente la polizia.

Mentre la ragazza veniva accompagnata all’ospedale per gli accertamenti del caso, gli agenti della questura hanno raggiunto l’azienda, una piccola ditta di trasporti, in cui sarebbero avvenute le molestie. Una volta sul posto, i poliziotti sono stati avvicinati da un’altra ragazza, anch’essa ventenne: anche lei avrebbe subito ripetuti palpeggiamenti da parte dell’imprenditore (un sessantenne con precedenti penali) durante il periodo di prova che aveva effettuato nell’azienda per quello stesso lavoro per cui la sua coetanea si era presentata dopo aver letto un annuncio del Centro per l’impiego.

Entrambe le ragazze sono state invitate in questura e le loro accuse sono state messe a verbale. Le molestie subite da parte dell’uomo erano praticamente della stessa natura. Le forze dell’ordine hanno voluto vederci chiaro sulla questione e, senza perdere altro tempo, hanno dotato la ragazza che svolgeva il periodo di prova di un orologio con microcamera incorporata e si sono piazzati nei pressi dell’azienda. La ragazza, rimasta in azienda per pochissimi minuto, ha registrato alcune conversazioni molto esplicite, fornendo prove schiaccianti.

Spetterà adesso alla procura della Repubblica esaminare le testimonianze e gli elementi di prova raccolti. L’imprenditore al momento è indagato per il reato di violenza sessuale. Purtroppo come spesso avviene gli inquirenti hanno bisogno di prove per procedere in maniera spedita con la prassi giudiziaria. Nel privato sarebbe opportuno presentarsi sempre ad “incontri al buio” che siano di natura professionale o personale, muniti di strumenti di auto tutela, in maniera da metter fine alla marea di abusi che si consumano ogni giorno e che mietono continuamente nuove vittime.

Violenza sugli uomini: dati allarmanti

novembre 28, 2012 Stalking Nessun Commento

Si è soliti pensare alla violenza di genere intendendo l’eventualità in cui la vittima sia donna e l’autore del reato sia uomo. Questo tipo di informazione distorta è quella che viene veicolata solitamente dai media determinando un processo di sensibilizzazione unidirezionale e relegando ad una posizione del tutto marginale l’ipotesi secondo la quale la violenza è subita spesso anche dal genere maschile.
Gli episodi avvengono perlopiù all’interno delle mura domestiche e ciò spesso comporta, dato il legame spesso di natura intrafamiliare, il silenzio della vittima. Perciò qualsiasi tipo di analisi risulta limitata a causa del numero di persone incapaci di denunciare la propria condizione.

Una recente ricerca dell’Istat, che ha preso spunto da un’indagine svolta nel 2006 su un campione di sesso femminile, ha messo in luce come la violenza non conosca ordine e genere e venga attuata con eccessiva frequenza anche a danno degli uomini.
Una scena in cui una donna schiaffeggia un uomo, ad esempio, non suscita particolare sdegno o indignazione, anzi l’episodio viene spesso minimizzato e diviene perfino ridicolo, ironico. Dunque queste reazioni ci portano a pensare che la violenza attuata da parte delle donne non esista.
L’indagine a carattere ufficioso ha voluto proprio dimostrare come questa forma di maltrattamento esista e ha voluto anche far luce su un argomento sconosciuto, almeno in Italia, dalla letteratura scientifica. Qualche accenno è rinvenibile in riferimento a Stati Uniti, India, Canada e Regno Unito.
I questionari sono stati somministrati a soggetti di età compresa tra 18 e 70 anni per un totale di 1.058 individui di sesso maschile.

Il 63,1% del campione ha dichiarato di aver subito almeno un episodio di violenza fisica per mano di una donna nel corso della propria vita. Al primo posto vi è la minaccia di esercitare violenza e la modalità più comune risulta essere tipicamente femminile: graffi, morsi, capelli strappati. Tra le “altre forme di violenza” appaiono tentativi di folgorazione con la corrente elettrica, investimenti con l’auto, mani schiacciate nelle porte e nei cassetti, spinte dalle scale.
Per quanto riguarda la violenza sessuale, il 48,7% del campione ha dichiarato di aver subito almeno un episodio di tale violenza ad opera di una donna. La percentuale maggiore riguarda l’interruzione senza motivi comprensibili di un rapporto intimo avviato. Questi eventi hanno reso la vittima depressa, mortificata, umiliata portando spesso conseguenze a livello psicofisico come insonnia, senso di inferiorità, calo dell’autostima, inadeguatezza. In alcuni casi è stato necessario ricorrere a terapie ed analisi. Non meno rilevante si è rivelata la parte di uomini costretti ad avere rapporti sessuali anche in forme non gradite, incluso attività di gruppo e scambi di coppia. Alcune di queste pratiche hanno provocato anche segni visibili, cicatrici, ustioni.
Infine per quanto riguarda gli atti persecutori il 31,9% del campione ha ammesso di averne subito da parte di una donna. Dalle analisi che ne sono derivate risulta dunque che oltre il 12% degli uomini avrebbe subito almeno un atto persecutorio ad opera di una donna nel corso della vita.
Al termine di questo excursus sulla violenza di cui sono vittima gli uomini risulta opportuno dare qualche consiglio anche ai maschietti. La soluzione più ovvia può essere quella di denunciare, ma d’altro canto risulta spesso difficile dimostrare questo tipo di violenze specie se nell’ambito di una relazione. L’utilizzo di microspie e microregistratori si è rivelato in numerosi casi opportuno al fine di raccogliere prove contro il persecutore sia esso uomo o donna.
Come abbiamo visto, le modalità aggressive non trovano limiti nella prestanza fisica o nello sviluppo muscolare e quindi possono essere attuate anche da persone fisicamente fragili e gracili. Ebbene dunque prestare attenzione a questi episodi siano essi verbali o fisici.

Mobbing: riconoscerlo e difendersi

ottobre 2, 2012 Mobbing Nessun Commento

Nonostante se ne parli ancora poco, il mobbing è un fenomeno sempre più diffuso.

Generalmente con il termine “mobbing” si fa riferimento all’accanimento di un singolo o di un gruppo contro una persona all’interno dell’ambiente di lavoro.

Il termine, prende spunto dal mondo animale per descrivere un particolare comportamento di alcune specie che circondano un proprio simile e lo assalgono in gruppo al fine di allontanarlo dal branco.

Il fenomeno può essere di diversi tipi e presentare caratteristiche diverse:

  • orizzontale se avviene tra pari grado, cioè persone nella stessa posizione lavorativa;
  • verticale: quando è attuato da un superiore nei confronti di un dipendente o viceversa;
  • collettivo: ritenuto una vera e propria strategia aziendale che mira a ridurre o razionalizzare gli organici e rivolto non al singolo, ma a gruppi di persone;
  • doppio mobbing: nel momento in cui la situazione del mobbizzato va a ledere anche la sua famiglia e le persone che ha attorno. Le sue problematiche col tempo potrebbero portare ad un ulteriore isolamento dell’individuo;
  • esterno: la vittima è il datore di lavoro che subisce pressioni attuate sotto forma di minacce, sia da parte di organizzazioni sindacali che da dipendenti.

Non è sempre facile delineare una situazione di mobbing in quanto questa spesso comincia con semplici “anomalie” dinamico-relazionali tra la vittima e i colleghi o il superiore. Tali screzi ben presto si trasformano in critiche e rimproveri. Il comportamento mobbizzante si fa manifesto col tempo attraverso incalzanti e reiterati attacchi nei confronti della vittima al fine di screditarne la reputazione, isolarla dal contesto lavorativo, dequalificarla professionalmente e, attraverso continue critiche e richiami, demotivarla psicologicamente. Solo a questo punto la vittima potrebbe arrivare a denunciare le vessazioni. Al vertice delle azioni mobbizzanti si ha l’allontanamento della vittima che spesso lo porta ad un completo isolamento e a rischio depressione. In via alternativa, il lavoratore, stremato, non riuscendo a trovare una soluzione al problema, sceglie la strada delle dimissioni volontarie.

Accade di frequente che risulta difficile dimostrare queste azioni intimidatorie. Sempre più spesso si ricorre a microspie come il bottone spia, la microcamera installata nella cintura o gli occhiali con microcamera incorporata.

I casi di mobbing sono in continuo aumento: in Europa tale fenomeno sta assumendo dimensioni sociali di notevole rilievo. In Italia circa il 6% della popolazione attiva (approssimativamente un milione e mezzo di lavoratori) ne sarebbe vittima con conseguenze negative che ricadono non solo sull’individuo colpito, ma anche sul suo nucleo familiare e sulle aziende per le quali questi fenomeni comportano un aumento dei costi che ricadono sulla collettività sotto forma di incremento dei costi sanitari e previdenziali.

In alcuni paesi europei come Svezia, Norvegia e Germania, il fenomeno è stato da tempo regolamentato.

In Italia, nella Costituzione (artt. 2-3-4-32-35-36-41-42) è ravvisabile trovare tutela della persona in tutte le sue fasi esistenziali e quindi anche nell’ambito lavorativo. Inoltre, diversi comportamenti che caratterizzano il mobbing trovano una precisa connotazione in numerosi articoli del codice penale. Insomma difendersi, si può.

Quando il mobbing istiga alla vendetta: uccide il capo, arrestato.

agosto 1, 2012 Mobbing Nessun Commento

Non è facile capire cosa passa per la testa di chi subisce mobbing sul posto di lavoro. Di certo gli psicologi affermano che tali pressioni possono portare a diversi disturbi, soprattutto nei soggetti più deboli ed insicuri. Ansia e depressione in primis, elementi che non vanno sottovalutati, sia da parte di chi subisce che da parte di chi ha il coltello dalla parte del manico.

È successo a Torre del Greco: una donna di 54 anni, direttrice delle Poste, Anna Iozzino, è stata freddata a colpi di pistola da un impiegato, un uomo di 53 anni, che non riusciva ad accettare il suo demansionamento dagli sportelli al settore raccomandate. Cristofaro Gaglione, questo il suo nome, è stato catturato dopo cinque ore di fuga e, nelle molte ore di interrogatorio davanti al pubblico ministero, si è lasciato andare ad uno sfogo, affermando che di essere stato vittima di continui soprusi da parte della donna, che non perdeva occasione per umiliarlo.

Un “atto di giustizia”, l’ha definito Gaglione. Un atto che non può essere giustificato in nessun modo, nemmeno con il mobbing. Il mobbing si rivela, così, essere un problema ancora molto sottovalutato, dalle conseguenze spesso disastrose, nonostante in diverse città italiane sia nati degli sportelli appositi di denuncia. Bisogna però provare quello che si subisce per poter ottenere giustizia, non una giustizia “fai da te” come quella di Cristofaro Garaglione, che fa passare da vittima a colpevole chi la realizza, ma la giustizia quella vera, che vede chi subisce soprusi risarcito dei danni psicologici subiti.

Provare l’intento persecutorio del demansionamento può essere la via di salvezza per uscire dal tunnel delle angherie e pressioni subite. Se solo Garaglione non avesse impugnato la pistola ma un videoregistratore digitale micro per registrare le umiliazioni di cui era vittima, forse si sarebbe evitato tutto questo e giustizia sarebbe stata fatta realmente.

Endoacustica Europe

Stalking: le donne inglesi hanno paura di denunciare e di non essere credute.

luglio 31, 2012 Stalking Nessun Commento

Secondo una recente ricerca, finanziata dalla Northern Rock Foundation e condotta dalla Durham University su un campione di 577 donne inglesi, la polizia e le forze dell’ordine non godono della piena fiducia in caso di denunce per violenze, domestiche e non, e stalking.

Secondo le donne intervistate questi, che sarebbero crimini molto seri per il 97% di loro, non sarebbero presi in seria considerazione dalla polizia. Di qui, la loro riluttanza a denunciare eventi del genere, anche per altri due principali motivi: la paura di combattere contro qualcuno che si conosce, spesso un parente, e la paura di non essere credute e che il proprio caso sia sottovalutato. Solo il 49% del campione ha affermato che denuncerebbe la violenza domestica e solo poco più della metà (53%) denuncerebbe in genere atti persecutori.

“Sappiamo che la polizia ha aggiunto nuove risorse e sta facendo grandi sforzi per migliorare sia la parte investigativa che l’assistenza alla vittima. Nonostante ciò, questa ricerca mostra che le donne sono ancora riluttanti a fare il primo passo e denunciare questi crimini alla polizia”, ha affermato uno dei ricercatori, il dottor Nicole Westmarland.

Paura di non essere protette abbastanza o nel modo giusto e paura di non essere credute, soprattutto. Ecco perché sempre più donne, vittime di continui abusi e stalking, si affidano a nuovi strumenti tecnologici che permettono di fornire prove certe della loro condizione di perseguitate, trovando così la forza di denunciare e di venirne fuori.

È il caso di Carol, una delle donne intervistate per la ricerca che, vittima da anni di stalking, ha deciso che così la sua vita non poteva più andare avanti e, per raccogliere prove contro il suo carnefice, ha deciso di munirsi di un mini videoregistratore, grazie al quale ha potuto filmare gli “incontri spiacevoli” e le minacce verbali del suo ex marito, che si stavano trasformando in vere e proprie aggressioni fisiche.

Carol alla fine è riuscita a dimostrare e denunciare, molte loro donne si nascondono dietro la loro stessa ombra, con la paura di parlarne con qualcuno, sia esso anche un parente o un amico. Questo in Inghilterra. Chissà se questa è una buona approssimazione di quello che succede anche in Italia, dove sono sempre più le donne perseguitate e soffocate da uno stalking che, come dimostrano le notizia di cronaca, spesso si trasformano in omicidi

Endoacustica Europe

Le conseguenze del bullismo in età adulta

maggio 6, 2011 Bullismo Nessun Commento

Le conseguenze di atti di bullismo e violenza subiti o compiuti durante l’adolescenza possono manifestearsi in età adulta, sia per il bullo che per la sua vittima.

Quando pensiamo al bullismo, ci vengono in mente immagini di botte tra ragazzi nel cortile della scuola, di alcuni di loro che vengono spintonati dai ragazzi più grandi, molestati sull’autobus o fatti oggetto di scherzi che, tutto sommato, noi adulti riteniamo innocui, pensando che sia una cosa normale tra ragazzi e che le sue conseguenze siano tutto sommato minime e si manifestino soltanto nel breve termine.

Invece, non si tratta soltanto di una cosa tra ragazzi. Secondo molte ricerche, è stato dimostrato che gli effetti degli atti di bullismo possono protrarsi anche nell’età adulta, sia nella vittima che nel suo molestatore, per il resto delle loro vite.

Il bullismo in sé è un atto molto pericoloso per entrambe le parti coinvolte. Esso genera sensazioni forti quali la paura, la vergogna, l’imbarazzo e i sensi di colpa nella vittima. I bulli usano le minacce per ridurre al silenzio le loro vittime, nella stessa maniera in cui un molestatore, un violentatore o anche un pedofilo possono costringere le loro vittime a non parlare.

Gli effetti a breve termine possono già essere molto profondi. Secondo i risultati delle ricerche, infatti, i ragazzi che vengono molestati a scuola mostrano molto spesso i seguenti sintomi:

– Tristezza a scuola
– Atteggiamento introverso
– Minore considerazione dei sentimenti altrui
– Maggiori problemi di integrazione
– Aumento dell’ansia
– Tendenza alla depressione

Alcuni di questi effetti del bullismo possono manifestarsi soltanto nel breve termine, ma ci sono anche delle conseguenze a lungo termine. Questo è vero in particolare se gli episodi di bullismo si protraggono per un certo tempo. I bambini o ragazzi che vengono molestati:

– Sono a più alto rischio di depressione e scarsa autostima da grandi
– Hanno maggiori probablità di soffrire di insicurezza
– Sono più a rischio emicranie o mal di testa cronici
– Tendono ad assentarsi più spesso da scuola in maniera giustificata o meno
– Possono avere maggiori problemi relazionali e familiari in età adulta
– Potrebbero scappare da casa in presenza di problemi o discussioni familiari
– Potrebbero avere problemi di alcolismo e dipendenza da droghe
– Rischiano di abbandonarsi a comportamenti autodistruttivi

Molti di questi sintomi possono essere riscontrati anche nei pazienti sofferenti di stress post traumatico. Un recente rapporto emesso in Gran Bretagna da UK Charity Kidscape ha evidenziato come coloro che erano stati molestati da ragazzi si portassero dietro tali problemi per tutto il resto della loro esistenza. Alcuni di questi problemi comprendevano tendenze suicide o omicide, o difficoltà di relazione con il mondo esterno o anche con la propria famiglia.
Questa ricerca è stata anche comprovata dalla Yale School of Medicine negli USA, che ha rilevato un collegamento tra i molestati, i molestatori e la diffusione del suicidio tra i ragazzi.

Il bullismo non è solo un problema per i nostri figli maschi. Le ragazze possono ugualmente molestarne altre, usando l’arma dell’esclusione sociale nei confronti delle loro vittime. Gli effetti a lungo termine possono essere devastanti, e secondo gli esperti questo tipo di “bullismo sociale” è direttamente responsabile della scarsa autostima che porta le donne a soffrire per relazioni complicate, gravidanze non volute, abuso di alcolici e stupefacenti fino a malattie quali anoressia e bulimia, collegate alla scarsa confidenza in sé stesse e nella propria immagine pubblica.

Gli effetti del bullismo, comunque, non sono limitati soltanto a chi ne è vittima. Recentemente, dei ricercatori hanno evidenziato come su dieci ragazzi che a scuola vengono definiti come bulli, almeno sei subiscono una condanna per qualsiasi tipo di reato entro i 24 anni di età.

Gli effetti di tale comportamento molesto su coloro che lo compiono, possono essere rilevati anche in aree che normalmente sembrerebbero non essere collegate. I ragazzi che entro l’età di sedici anni hanno manifestato persistenti problemi a livello comportamentale (tra cui il bullismo stesso) radoppiano il rischio di soffrire, in età adulta, di fibromialgia o sindrome da dolore cronico, rispetto ai ragazzi senza simili problemi comportamentali.

Negli ultimi anni, con la diffuzione di Internet, si è ugualmente diffuso anche il bullismo virtuale, o cyberbullismo. Secondo alcune stime, ne è vittima almeno il 10 per cento degli adolescenti, e la cosa peggiore è che la vittima non ha un momento per sfuggire ai propri molestatori, che la perseguitano anche di sera o nel fine settimana.

Le molestie possono verificarsi continuamente via SMS, Facebook o altri siti, e le informazioni si spargono velocemente. Una volta postati, i messaggi insultanti potrebbero non essere cancellabili, e potrebbe essere assai difficile identificarne l’autore in maniera inequivocabile.

Secondo gli psicologi, è importante capire gli effetti che il bullismo adolescenziale può avere sugli adulti, rendendosi conto che quando si esce dalla scuola non si lasciano alle spalle tutti i problemi, ma alcuni di essi ci restano dentro, e manifestano i loro effetti ad anni di distanza ed in qualsiasi aspetto della nostra vita.

Per proteggere i propri figli da atti di bullismo e salvaguardre la loro incolumità, sempre più famiglie si rivolgono alla Endoacustica Europe srl per acquistare microregistratori o microspie da regalare ai propri figli o, il più delle volte, acquistano cellulari spia completi di software per lettura di SMS ed ascolto delle telefonate in modo tale da avere sempre la situazione sotto controllo.

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